di Filippo Femia
La Stampa, 25 novembre 2024
Angelica Musy, moglie dell’avvocato ucciso nel 2013: “Insieme alle mie figlie lo ricordiamo sempre con il sorriso”. Non c’è traccia di livore nelle parole di Angelica Musy quando parla dell’uomo che le ha portato il via il marito, privando le quattro figlie di un padre. “Dopo l’uccisione di Alberto avrei incontrato Francesco Furchì (condannato all’ergastolo per l’omicidio del 2012, ndr): forse ne avevo anche bisogno. Lui però si è sempre professato innocente. Ora il tempo è scaduto, ma non provo astio”, sussurra con grande serenità. Da dieci anni, alla guida del Fondo Alberto e Angelica Musy (parte dell’Ufficio Pio di Compagnia di Sanpaolo), si occupa del reinserimento sociale di detenuti.
Signora Musy, perché ha scelto di aiutare persone che si trovano in carcere?
“Il progetto era inizialmente legato al Polo universitario, il primo nato in Italia per i carcerati: mio marito lo conosceva bene. Per i famigliari delle vittime avere giustizia significa che lo Stato si faccia carico di recuperare i detenuti in quel tempo sospeso che è la pena, convincerli a cambiare strada. Molti ragazzi hanno commesso errori, forse sono partiti da condizioni svantaggiate, ma vogliono farsi perdonare: se non per le vittime, per le proprie famiglie, che pagano un prezzo pesante”.
Ha visitato spesso le carceri?
“Ci vado un paio di volte all’anno, portiamo spesso gli artisti nei penitenziari. L’esperienza con Malika Ayane è stata toccante: ha condiviso vicende molto personali, senza far sentire i detenuti giudicati”.
Cosa l’ha sorpresa del carcere?
“Uno dei sentimenti più condivisi dai detenuti è il senso di abbandono. Dentro non sai se la famiglia e gli amici ti hanno dimenticato. Quando qualcuno ti dedica delle attenzioni, anche minime, provi un senso di grande gratitudine”.
È il meccanismo che il vostro Fondo innesca con le borse-lavoro ai detenuti?
“Esattamente. Abbiamo un protocollo di intesa con l’Unione industriali: le aziende fanno colloqui in carcere e poi impiegano persone che beneficiano di misure straordinarie. Da giugno a settembre 2024 abbiamo attivato un inserimento a lavoro diretto in un’azienda e 12 proposte di attivazione di tirocini”.
“Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Crede che la situazione delle carceri sia all’altezza dell’articolo 27 della Costituzione?
“Il sovraffollamento e la carenza di personale sono drammatici. Spesso l’ambiente è degradante. A Torino i detenuti vedono gli operatori sociali una volta al mese, mentre la situazione sulla formazione è migliore. Non credo che la soluzione del problema sia la costruzione di nuove carceri, ma le misure alternative”.
Ci racconta chi era Alberto Musy?
“Una persona che guardava il futuro con ottimismo, una cosa non così frequente per un avvocato. Un uomo che mi ha cambiato la vita. Aveva difetti come tutti, ovvio, ma aveva ancora dei sogni: amavo questo di lui. Era un professionista di successo, stavo attenta che non si montasse la testa. Nella mia vita lavorativa mi ha molto incoraggiata: da mamma di quattro figlie, senza di lui avrei avuto molti sensi di colpa”.
La vostra figlia più giovane aveva un anno quando Alberto venne ucciso. Cosa le racconta di suo padre?
“Tutti cerchiamo di ricordare le cose belle, con il sorriso. Parliamo di Alberto con molta naturalezza, senza tabù. È una lezione preziosa che ho imparato da Mario Calabresi, mi ha aiutato molto quando morì mio marito raccontandomi come visse lui il lutto da bambino insieme alla sua famiglia”.
Ha deciso di restare a Torino, la città dove ha vissuto la tragedia più grande della sua vita. Perché?
“All’inizio ho pensato di andare via, ma qui c’erano mio padre, mia sorella e la famiglia di Alberto. E poi Torino è una città calda, anche se le persone non lo manifestano molto: la cittadinanza mi ha mostrato molto affetto. Ho però deciso di vendere la casa: passare dal cortile dove mio marito è stato aggredito a colpi di pistola offuscava tutti i ricordi belli”.
Ha perdonato l’assassino di suo marito?
“Da 12 anni Furchì si professa innocente. Lo avrei incontrato perché avevo bisogno di fare domande, di sapere. Mi sentivo persa. Credo molto nella giustizia riparativa, ma ora il tempo è scaduto. Però non provo astio”.









