di Pierfrancesco Albanese
La Repubblica, 30 agosto 2026
Intervista a Elda Amoruso, ex guardia penitenziaria a Venezia, Lecce, Altamura e Bari, oggi volontaria negli uffici della Procura del capoluogo. Ha raccolto le storie vissute e ascoltate in questi anni nel suo libro “Confini invisibili”. In venticinque anni di lavoro dietro alle sbarre, Elda Amoruso, barese classe ‘61, ne ha raccolte tante di storie sul carcere. Per la prima volta ci è entrata nel ‘93, dopo aver abbandonato il posto in una concessionaria d’auto in cui non si sentiva rispettata. Da allora ha vissuto a stretto contatto con i reclusi degli istituti di Venezia, Lecce, Altamura e Bari, dove è nata e risiede. E dove collabora da volontaria negli uffici della Procura, dopo la pensione. Intanto quelle storie raccolte nei penitenziari le ha intrecciate alla sua di storia: quella di una persona trovatasi a lavorare in carcere all’improvviso. Scoprendo che “la vera prigione, a volte, è fuori: nei luoghi dove non possiamo essere noi stessi, dove si vive solo per abitudine”, come scrive nel suo libro Confini invisibili.
Come si è avvicinata al mondo del carcere?
“All’inizio avevo una paura incredibile. Inevitabilmente ti chiedi: come faccio a stare a stretto contatto con una persona che ha ucciso?”.
Eppure, ci ha trascorso 25 anni. E ne ha fatto un libro. Da dove nasce l’esigenza della scrittura?
“Il nostro è un lavoro particolare. Sentivo l’esigenza di raccontare un’esperienza che non è comune. Te ne rendi conto subito. Un ragazzo era entrato un sabato sera per una canna: guardandolo pensavo che poteva essere mio figlio. Si vedeva che era un ragazzo perbene che aveva fatto una cavolata ed era finito nei guai”.
A proposito di confini che si assottigliano, una volta ha incontrato in carcere i suoi vicini di casa...
“Non sapevo che fosse recluso questo ragazzo col quale da piccola giocavo e facevo anche le scuole. Un giorno mi trovai a fare la perquisizione alla madre e alla sorella. Non ci dicemmo niente”.
In casi come questo, quant’è difficile mantenere un equilibrio tra empatia e professionalità?
“Si impara col tempo. In carcere acquisivo una certa padronanza di me stessa e venivo rispettata. Avevo il compito di prendere le istanze dei detenuti e le prendevo tutte. Pensavo: non sono io che ti devo giudicare, ma l’autorità giudiziaria. Mentre altri colleghi liquidavano le richieste dicendo che senz’altro il giudice non le avrebbe mai accettate. Si può trovare il giusto equilibrio, tutti mi chiamavano l’espertissima del modello 13 (il modulo per le istanze)”.
C’è un incontro che l’ha segnata?
“Quello con la direttrice del carcere di Sulmona. Una persona rigorosa ma molto empatica con tutti gli operatori del penitenziario. Purtroppo, è morta suicida nel 2003 per il dolore dovuto alla morte del marito, un educatore ucciso da un detenuto a cui lei stessa aveva concesso un permesso”.
Qualcosa che l’ha segnata invece in negativo?
“Mi hanno segnato in negativo più i rapporti con certi colleghi che non con i detenuti. Alcuni agenti si lasciavano prendere dalla cattiveria, ma non mi sono lasciata influenzare. Nel mio lavoro ho sempre messo molta umanità”.
Di umanità parla anche a proposito della donna in carcere con la figlia di due anni...
“A Venezia. La madre era accusata di omicidio, ma seguiva la figlia con occhi teneri. Non a caso scrivo che nella maternità recuperava la sua umanità”.
Ha avuto a che fare anche con il padre di Ciccio e Tore...
“L’ho immatricolato io insieme a un collega. Ci disse: mi devo fare la galera perché non posso dimostrare la mia innocenza. In realtà, tutti in carcere sostengono di essere innocenti. Ma il mio collega, un agente con tanta esperienza, sosteneva di avere visto una luce diversa nel suo sguardo. Quando fu scarcerato andò via dicendo: vi avevo detto che non c’entravo niente, non avrei mai fatto del male ai miei figli”.
Il carcere ha problemi annosi: il sovraffollamento, la carenza di agenti. Come si può migliorare?
“La cosa migliore è non entrarci mai. Sono rarissimi i casi in cui i detenuti vengono rieducati. Quando si varca una certa soglia è difficile tornare indietro”.









