di Annalena Benini *
La Stampa, 25 febbraio 2026
La direttrice del Salone del libro nelle classi dove si studia la nostra lingua. Gli studenti quasi maggiorenni sono mille. Addis Abeba si trova a 2.300 metri di altezza, a volte 2.600, dipende da dove ti trovi, e se vuoi guardare la città dall’alto (certo che vogliamo), e qui sono tutti molto preoccupati che noi nuove arrivate possiamo sentirci male per l’altitudine. Stiamo benissimo, e anche se non fosse così non lo ammetteremmo mai. Siamo atterrate all’alba, Maria Giulia Brizio e io, per un progetto del Salone del libro di Torino a cui teniamo molto, si intitola Adotta uno scrittore, una scrittrice. Le scuole italiane, le carceri e anche gli ospedali adottano un libro e insieme al libro arriva l’autore, passa del tempo in classe, risponde a tutte le domande, costruisce in tre giorni una relazione con gli studenti, con i detenuti, con i pazienti ricoverati.
Io sono già stata adottata in un carcere e in un liceo, negli anni scorsi, ma questa è la prima volta che portiamo il nostro progetto all’estero ed è la prima volta che andiamo in Etiopia. In una scuola statale italiana, un istituto omnicomprensivo dove si parla e si studia in italiano dalla scuola elementare fino al diploma di maturità: all’ingresso del gruppo di edifici in cui si trovano la scuola e l’Istituto italiano di Cultura, ci saluta un grande, bellissimo Sicomoro che fa ombra tutt’intorno, ma noi vogliamo passare il 18, il 19, il 20 e il 21 di febbraio al sole, senza mai smettere. Il mio raffreddore non ne sarà felice, io ne sarò molto felice.
I bambini corrono per il giardino, il bar della scuola ha appena sfornato i dolci alla cannella, qualche ragazzo ripassa per l’interrogazione prima di entrare. Sono più di mille, e tra le lezioni e i corsi pomeridiani si passa qui tutta la giornata. La gioia più grande, più del colibrì sopra i fiori viola, sono questi studenti e studentesse: hanno 17, 18, 19, qualcuno ha appena compiuto 20 anni. Una ragazza è fuggita con la famiglia dall’Eritrea e si è iscritta qui, qualcuno ha la madre o il padre italiano, qualcuno ha perfino la madre italiana che insegna Fisica proprio in questa scuola e ovviamente se ne vergogna, cerca di non farlo sapere, ma la maggior parte dei genitori non parla italiano, e qualche padre o madre si è iscritto ai corsi per adulti organizzati dall’Istituto di Cultura. Un giovane padre mi ha detto sorridendo: “Voglio parlare italiano con mio figlio a casa, voglio che senta che lo capisco, quindi studio dopo il lavoro, e non è facile alla mia età”.
Saranno giorni così intensi che mi dimenticherò di mangiare, e anche di rispettare la ricreazione, piuttosto scandaloso a 18 anni ma anche a 50, e la cosa incredibile è che nessuno studente me lo farà notare, neanche con un’occhiata di disperazione (per fortuna è arrivata un’insegnante a sussurrarmi: però abbiamo saltato l’intervallo, dobbiamo recuperare, io mi sono profusa in scuse, ho detto: ma non avete fame?, loro hanno sorriso ma non si sono mossi). All’inizio erano silenziosi, ma poi una ragazza ha alzato la mano (che sollievo, ho pensato): “Buongiorno, vorrei sapere: lei scrive per capire chi è oppure decide chi vuole essere mentre scrive?”. Indietreggiando sono tornata verso la cattedra, ho cercato aiuto negli sguardi divertiti delle insegnanti in attesa, e ho pensato fortemente a mia figlia, a quando mi ha detto che la cosa più bella, al liceo, era quando un insegnante era disposto a rispondere delle cose vere, ragionava insieme a loro, e allora tutti si sentivano presi sul serio. Sarebbe stato oltraggioso, del resto, non prendere sul serio tutte le domande precise e profonde che ho ricevuto in questi giorni ad Addis Abeba, sui libri e oltre i libri, ragionamenti sul futuro, sulle relazioni con gli altri, sulle cose da non rivelare mai mai mai, sul nucleo di dolore che non si può condividere con nessuno, su che cos’è una vita piena di senso, su che cosa significa sentirsi incompresi, e su quanto è fantastico che una ragazza inglese, Mary Shelley, abbia scritto un libro che ha parlato e parla agli adulti di tutto il mondo: l’hanno ascoltata, anche se era così giovane, 18 anni come noi.
Ho chiesto a tutti qual è il loro sogno, il loro progetto, se ne hanno già uno. Quasi tutti cercheranno di studiare all’università in Italia: Medicina, Architettura, Ingegneria, Scienze politiche, Psicologia, Matematica, Giurisprudenza. Vogliono scrivere, viaggiare, andare a Perugia, a Torino, a Siena, a Roma, hanno vinto un concorso a Parigi con un video sulle grandi donne della Storia e sono andati a ritirare il premio, si sono divertiti, una ragazza ha molti parenti a Cuneo (“quindi voglio andare a studiare a Roma”, ha detto ridendo). Un ragazzo ha detto che è troppo concentrato su quel che farà dopo, sulla borsa di studio da vincere, sulle difficoltà che di certo arriveranno, per permettersi di pensare a cose belle e strane come l’amore. Non c’è tempo, anche se fuori è primavera, anche se questa giovinezza a guardarla da qui sembra invincibile. Non c’è tempo, perché tra poco la vita comincerà in un altro modo, più largo, più complicato e competitivo, con i sacrifici dei genitori ad aspettare e a pesare sui risultati, lontano da casa, o invece a inventare un posto da chiamare di nuovo casa. Questi ragazzi, mi sembra, vogliono incidere sulla realtà e hanno fiducia in chi li guarda. Una ragazza mi scrive, in segreto: “E se la casa fosse il momento in cui smetti di scappare dalle domande? O forse la casa è l’atto stesso del cercare?”. Mentre rispondo, penso che vorrei restare ancora un po’, fino alla stagione delle piogge, per assistere al momento in cui metteranno tutto il coraggio e la fantasia verso questo posto che amano già, che è l’Italia.
*Direttrice del Salone del libro









