di Lucio Musolino
Il Fatto Quotidiano, 7 gennaio 2022
Le rivelazioni dell'ex assistente capo della polizia penitenziaria Antonio Ciliegio ai magistrati sulla morte sospetta di Nino Gioé, avvenuto nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993 nel carcere di Rebibbia, trovato impiccato con i lacci delle sue scarpe.
"Non ho indicazioni concrete per affermare il contrario, però posso soltanto dire che laddove possa esserci stata una ipotesi diversa, e cioè di omicidio camuffato da suicidio, questa sarebbe potuta avvenire esclusivamente con la complicità di uno o più operatori carcerari, non essendo possibile accedere alle singole celle se non attraverso le chiavi personalizzate di ogni singolo ingresso". L'ex assistente capo della polizia penitenziaria Antonio Ciliegio il 10 giugno 2019 è negli uffici della Dia che, su richiesta del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, lo sta interrogando sul presunto suicidio del boss di Altofonte Nino Gioé, avvenuto nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993 nel carcere di Rebibbia.
Oggi collocato a riposo, l'assistente capo Ciliegio rivela agli investigatori che il boss siciliano, morto impiccato con i lacci delle scarpe nella sua cella, stava quasi per collaborare con la giustizia. "Ricordo molto bene il detenuto Gioé, una persona molto riservata, che impiegava il suo tempo leggendo, facendo un'ora di aria la mattina ed una il pomeriggio, ad esclusione degli ultimi 4-5 giorni antecedenti al suo presunto suicidio in cui il Gioé rimaneva chiuso in cella.
La cosa che mi è rimasta impressa è il particolare relativo alle frequenti e ripetute richieste del Gioé di poter avere un colloquio con i magistrati e le forze dell'ordine. Preciso questo in quanto, quale agente addetto, io stesso prendevo cognizione del contenuto delle istanze che il detenuto Gioé scriveva chiedendone l'inoltro attraverso la matricola. Ricordo di due-tre missive al giorno da questi inoltrate circa 5 o 6 giorni prima del suo decesso. Per quella che è la mia conoscenza degli ambienti carcerari, e per quanto all'epoca fu oggetto informale di commento, ritengo che l'intento del Gioé fosse quello di... collaborare con la giustizia".
"Io - ha aggiunto Ciliegio - venni a conoscenza del contenuto delle richieste formulate nei 5-6 giorni prima del suo decesso e, conseguentemente, come me vennero a conoscenza della cosa tutti gli operatori carcerari che in quel periodo si alternavano alla vigilanza, prendendo cognizione delle missive, così come avvenne anche per il personale addetto alla segreteria e a quello dell'ufficio matricola, oltre senza dubbio il capo del reparto. Il capo del reparto G7 a seguito delle reiterate richieste formulate da Gioé al fine di incontrare magistrati e forze dell'ordine, disse a me ed ai colleghi in turno di prestare particolare attenzione, dicendo testualmente "occhio", al Gioé, in quanto soggetto particolarmente a rischio nell'ambiente carcerario per possibili ritorsioni in relazione al suo proposito di parlare con i magistrati e le forze dell'ordine. La voce negli ambienti carcerari sull'intendimento del Gioé ormai si era sparsa".
Il tutto è avvenuto nel periodo delle stragi organizzate nella prima metà degli anni novanta per costringere lo Stato a scendere a patti con Cosa Nostra e 'Ndrangheta. Stragi rivendicate con la sigla "Falange Armata", sulla quale sta indagando il pm Lombardo, utilizzata la prima volta per rivendicare l'omicidio dell'operatore carcerario Umberto Mormile "colpevole" di essersi accorto delle uscite premio del boss calabrese Domenico Papalia dal carcere di Opera a Milano.
"Falange Armata" era lo strumento adottato dalla 'Ndrangheta e dai servizi segreti insieme per "compensare - spiegò il pentito Antonio Schettini - la mancanza di introiti" che, fino ad allora, erano stati garantiti con "le valigette di Stato", i riscatti pagati per i sequestri di persona. Ma soprattutto, il presunto suicidio di Gioé avvenne in un carcere in cui, stando al verbale depositato agli atti del processo d'appello "'Ndrangheta stragista", era attivo il "protocollo Farfalla" grazie al quale i servizi segreti riuscivano a incontrare i boss detenuti senza lasciare traccia.
Come? Lo spiega sempre l'assistente capo della penitenziaria agli investigatori della Dia: "Per quella che è la mia esperienza carceraria, - si legge nel verbale di Ciliegio - accadeva in quel periodo in diversi penitenziari, ma anche a Rebibbia, che laddove il detenuto avesse dovuto incontrare riservatamente dei soggetti istituzionali, ciò sarebbe avvenuto utilizzando l'espediente della comunicazione di colloquio con l'avvocato. In buona sostanza, il detenuto informato della presenza dell'avvocato, veniva accompagnato alla sala colloqui dove, secondo accordi diretti che passavano dalla direzione o dal capo delle guardie, bypassando noi addetti alla vigilanza, il detenuto teneva gli incontri riservati con le forze dell'ordine o con i servizi senza che sui registri venisse annotata alcuna precisazione. Quindi senza lasciare traccia dell'avvenuto incontro".










