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di Gabriele Segre

La Stampa, 25 ottobre 2024

È probabile che il viavai tra tribunali, decreti legge e navi militari tra le due sponde dell’Adriatico manterrà vivo ancora a lungo il dibattito sul “Modello Albania”. Una questione che inevitabilmente porta con sé dilemmi morali e quesiti giuridici, chiamando in causa la nostra stessa idea di ordine e giustizia. Si tratta di riflessioni che vanno oltre i migranti e che emergono ogni volta che ci confrontiamo con mondi e identità percepiti come estranei. Viene da chiedersi, allora, se non stiamo sbagliando approccio: forse non è di etica o di giurisprudenza che dobbiamo parlare, ma di come diamo forma alla nostra conoscenza e affrontiamo la sua inevitabile complessità.

In questo senso, è comprensibile che la politica voglia dare voce alla diffidenza di quella parte crescente del proprio elettorato, spaventata all’idea di entrare in contatto sempre più stretto e diretto con l’”altro”. Un sentimento che trova nell’hotspot albanese di Schengjin la sua espressione più palese, per lo meno a livello geografico. Per molti, però, non si tratta di egoismo o di rigidità di pensiero, ma di una necessità concreta in un mondo sempre più affollato: “assaliti” ogni giorno da un flusso incessante di nuove idee, connessioni frenetiche e popoli in fuga, non c’è più spazio per comprendere e accogliere realtà così aliene, che finiscono per amplificare le già angoscianti incertezze quotidiane. È una repulsione che appare più fisica che morale: non sono le persone in sé a risultare intollerabili, ma le informazioni scomode che incarnano. Meglio dunque non vedere e, di conseguenza, non sapere, così da evitare che, insieme ai corpi, arrivino anche esperienze, storie e prospettive capaci di rendere la nostra esistenza ancor più drammatica e complicata.

Eppure, confrontarsi con la complessità dell’altro può rivelarsi vitale. Diventa evidente in quelle situazioni estreme dove la convivenza tra comunità vicine ma nemiche rappresenta l’unica scelta possibile per evitare il suicidio reciproco. Quando l’altro smette di essere un’immagine indistinta dietro al filo spinato e diventa un volto, un nome e un’identità, imbracciare le armi e infliggergli il colpo diventa un atto ben più gravoso. Solo il fanatismo o la disperazione riescono ad annebbiare la nostra umanità, rendendo possibile questa tragica opzione. Ma la conoscenza è un vantaggio anche in contesti meno dolorosi, quando scegliamo di rifiutare narrazioni astratte e impersonali, solo perché più comode. Che si tratti di rappresentare lo straniero come usurpatore o come “risorsa demografica”, entrambe le visioni sono espressioni della stessa estrema semplificazione: un modo per ridurre queste persone a oggetto del nostro racconto, personaggi preconfezionati più facili da archiviare nella nostra mente sovraccarica. In questo contesto, il “buonismo” risulta persino più insidioso, poiché, nel tentativo di eliminare lo stigma del pregiudizio, rischia di ridurre la sfida a una esclusiva questione morale, evitando così di affrontare le complessità e le ambiguità proprie della realtà.

Le implicazioni di questo atteggiamento non si limitano, tuttavia, alla sola relazione con l’altro: hanno ricadute profondamente personali. Ogni stereotipo monodimensionale nei riguardi del resto del mondo ci priva di una connessione essenziale per definire la nostra stessa identità. Affermare “noi non siamo come loro” non è sufficiente: nessuno si riconosce in ciò che non è. Per essere veramente consapevoli di queste differenze, serve però, in primo luogo, accoglierle. Usando una metafora cara ai difensori delle “identità nazionali”, avere più migranti non significa sostituire i tortelli con il couscous, ma capire il valore di entrambe le ricette.

In un certo senso, si tratta di una necessità egoistica: senza gli stimoli del confronto, come possiamo pensare di evolvere? Tenere l’altro a distanza con i muri o con i mari, con le retoriche o con i legittimi timori, non ci separa solo da lui, ma dalla possibilità di comprendere meglio il mondo e il nostro ruolo in esso. In un pianeta che torna nuovamente a riempirsi di barriere, dazi e embarghi, limitarsi ad interagire solo con noi stessi non è la via migliore per tentare di salvarlo. In fondo, anche se non sempre con nobili intenti, ogni società prosperata sulla Terra ha visto arrivare e partire navi e carovane, mescolando culture, popoli e idee. Dirottarle su altri lidi per evitare di conoscere chi trasportano non significa liberare spazio per il pensiero, ma privarlo di immaginazione.