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di Sabino Cassese

Corriere della Sera, 15 febbraio 2023

Si tratta di un programma per più generazioni, quindi è bene festeggiare i tre quarti di secolo di vita della Costituzione italiana, ma anche rinfocolare il patriottismo costituzionale nazionale. “Ce nto anni di esperienza hanno mostrato il limitato valore di tutte le formule di Carte costituzionali, di trattati internazionali, di codici. Non è possibile che un foglio di carta sbarri la via alle passioni umane, agli interessi, nonché alle aberrazioni o alle follie. Se dietro ogni garanzia costituzionale non c’è una forza vigile, non ci sono cuori caldi, la Carta sarà travolta dal fatto”, così scriveva, il 2 gennaio 1948, all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana italiana, il grande giurista e storico delle relazioni tra Stato e Chiesa Arturo Carlo Jemolo.

È quindi bene non solo festeggiare i tre quarti di secolo di vita della Costituzione italiana, ma anche rinfocolare il patriottismo costituzionale nazionale. Se una nazione è una storia comune e un’anima, come scriveva lo storico del cristianesimo francese Ernesto Renan nel 1882, quest’anima è oggi scritta nella Costituzione. In questa sono registrati la reazione del popolo italiano al regime illiberale fascista, ideali ed esperienze appartenenti alle culture liberale, popolare e socialista, nonché quelle che Piero Calamandrei, nel 1955, chiamava “le grandi voci lontane di Beccaria, Cavour, Pisacane, Mazzini”.

La Costituzione è un programma per più generazioni, scritto attingendo ai principi racchiusi nell’”officina di idee” del secondo dopoguerra: la “Rivista trimestrale di diritto pubblico” dedicò il primo fascicolo del 2018 a censire gli “ideali costituenti”. Questo non deve però far dimenticare i punti deboli del testo e della sua storia.

Parlando, il 4 marzo 1947, alla Costituente, sul progetto di Costituzione, Piero Calamandrei, favorevole a una Repubblica presidenziale, “o almeno a un governo presidenziale”, aggiungeva: “di questo, che è il fondamentale problema della democrazia, cioè il problema della stabilità del governo, nel progetto di Costituzione non c’è quasi nulla”. Più tardi, nel 1995, un altro dei protagonisti della storia costituzionale, Massimo Severo Giannini, riassumeva così il suo giudizio sulla Costituzione: “splendida per la prima parte, banale per la seconda (struttura dello Stato) che è una cattiva applicazione di un modello (lo Stato parlamentare) già noto e ampiamente criticato”. Infatti, per quarant’anni, cioè per più di metà della vita della Costituzione repubblicana, si è cercato, senza riuscirci, di modificare la seconda parte.

Il secondo punto debole consiste nella “lentissima fondazione dello Stato repubblicano” (sono ancora parole di Giannini). Fu necessario un decennio per istituire la Corte costituzionale e il Consiglio superiore della magistratura. Dovette passare più di un decennio per la parificazione dei diritti delle donne negli uffici pubblici. Molte altre norme vennero ancora più tardi e furono spesso scritte con la tecnica del rinvio a leggi future. Le regioni cominciarono la loro vita 22 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, nel 1970, ma bisognò aspettare il 1972 e il 1977 per il trasferimento delle funzioni statali, poi completato e arricchito nel 1998 e nel 2001. Quindi, se è vero che non tutto il fascismo è stato fascista, è anche vero che non tutta l’Italia repubblicana è stata liberale e antifascista: basta pensare alla censura cinematografica e all’uso della polizia per schedare gli orientamenti politici dei cittadini.

La Costituzione non è solo stata attuata molto lentamente, ma contiene anche promesse non mantenute, e addirittura dimenticate. Le comunità di lavoratori o utenti per la gestione delle imprese di servizio pubblico, il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, la promozione dell’accesso del risparmio popolare ai grandi complessi produttivi, il fine rieducativo della pena, l’accesso all’istruzione fino ai livelli più alti, l’obbligo di registrazione dei sindacati e il loro ordinamento interno a base democratica, sono solo alcune delle promesse non mantenute. Il divario tra costituzione formale e costituzione vivente è quindi ancora forte. La Costituzione prevedeva la “valorizzazione” del Mezzogiorno e delle isole, per unire effettivamente un Paese diviso in due, ma è rimasta inattuata. Anzi, la modifica costituzionale del 2001 ha cancellato la parola Mezzogiorno, prevedendo solo “interventi speciali” per regioni ed enti locali. “La Costituzione dimenticata” era intitolato il primo fascicolo della “Rivista trimestrale di diritto pubblico” del 2021, nel quale sono censiti tutti i “tradimenti” post-costituzionali della Costituzione.

Infine, la Costituzione non è riuscita a contenere i poteri dello Stato nell’ambito loro assegnato. Ha consentito l’esondazione dell’ordine giudiziario in quello legislativo, in quello politico e in quello esecutivo; del governo in quello legislativo; del legislativo in quello amministrativo.

L’ultima modificazione costituzionale, quella del 2022, introduce nella Costituzione “l’interesse delle future generazioni”. Si apre così un capitolo nuovo della storia costituzionale, quello del costituzionalismo “trasformativo”, in nuce già nel secondo comma dell’articolo 3, relativo all’eguaglianza sostanziale, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà, uguaglianza, sviluppo della persona e partecipazione all’organizzazione del Paese. Ma per fare tutto questo occorrerà sia dare piena attuazione al programma scritto nel 1946-47, sia dotare il Paese di un corpo esecutivo duraturo.