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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 4 febbraio 2025

In principio, dopo che furono bloccati i primi trattenimenti in Albania, ci fu il decreto che interveniva sulla lista dei “Paesi sicuri”. L’idea era di eliminare i margini interpretativi dei giudici. Poi però, per evitare l’incostituzionalità, ci si limitò solo a trasformare quella lista da decreto ministeriale in legge. Bene lo spot, ma essendo il provvedimento del tutto inutile nella sua applicazione pratica, ecco l’intervento per trasferire le competenze alle Corti d’Appello. Medesime le intenzioni, medesimo l’esito.

Che ci sarebbe stato un problema di personale per la malmessa giustizia italiana, lo si capì quando ventisei presidenti (delle Corti d’Appello) scrissero a Sergio Mattarella, lanciando l’allarme. E infatti, la singolar tenzone si è risolta col trasferimento dei giudici alle Corti. Nuovo stop dei trattenimenti. Di qui l’idea, dopo l’ultimo, di una nuova norma “ad hoc”, sempre con un decreto, per impedire le porte girevoli delle perfide toghe, in particolare - questo il racconto messo in campo - di quelle albergano nel tribunale di Roma. Facile a dirsi, complicato a scriverla una norma così. E infatti l’ipotesi è già tramontata perché è pressoché impossibile tradurre in legge il pregiudizio sui “magistrati politicizzati”.

In quel decreto flussi, straordinario manifesto politico per mostrare a tutto il globo terraqueo il pungo di ferro sui migranti e la non arrendevolezza sui giudici, c’era anche un’altra norma. Quella che prevedeva tempi celeri per i ricorsi di alcuni richiedenti asilo. Ebbene, ieri la Cassazione ha sollevato una questione di legittimità costituzionale, rinviando alla valutazione della Consulta due profili. Uno inciderebbe sul diritto di difesa, l’altro sui diritti fondamentali del richiedente. Un colpo per il governo che peraltro, finora, aveva confidato nella Cassazione come luogo della ragionevolezza rispetto alle cattive intenzioni delle toghe rosse che si occupano di protezione internazionale.

C’è poco da fare, il governo è entrato nel suo momento da “dottor Stranamore”. Così tra l’altro, nella Seconda Repubblica, veniva chiamato - e, quando era di buon umore, ne rideva anche il Cavaliere - l’avvocato Niccolò Ghedini, grande teorico delle fantasiose forzature giuridiche per risolvere un problema politico e giudiziario. Il primato del cavillo che, puntualmente, naufragava sulla realtà. Perché in fondo la storia è tutta qui, e ogni giorno si arricchisce di un capitolo. Siccome non si può dire che il modello del Paese terzo non funziona, ci si è infilati nelle fumisterie dei codici. Obiettivo: scaricare la colpa sui giudici, in un meccanismo che si autoalimenta tra trovate sempre più ardite e impraticabilità sempre più conclamata.

È una logica che riguarda anche l’affaire libico. Lì al cavillo ci si è affidati per giustificare il mancato arresto di Almasri, e in quel caso la singolar tenzone riguardava la Corte penale internazionale. Dall’Aja ribadiscono che il governo, ricevuti gli atti, non ha dato cenni di riscontro. A Roma si seminano dubbi sulla sua condotta della Cpi, ravvisando errori procedurali nell’arresto. Anche in questo caso c’è uno slittamento dalla politica al regno degli azzeccagarbugli.

Si sarebbe potuto dire che quell’espulsione era una scelta, tutta politica, spiegandone le ragioni di sicurezza nazionale. Invece, prima i sofismi delle norme, poi la politicizzazione dell’esposto ricevuto per ritrovare un racconto che bypassa il merito e tiene il bersaglio (i giudici). E, su questo terreno, il prevedibile crescendo. Nell’ordine: la suggestione del ripristino dell’immunità parlamentare, che piace tanto a Forza Italia, ma non agli altri, che si sono nutriti delle denunce alla “casta che si autoassolve”.

Da ultimo la Commissione d’inchiesta sulla magistratura, che piace a tutti. Ed effettivamente è perfetta. Tiene salva la narrazione volitiva e punitiva, ma, come tutte le commissioni d’inchiesta, non serve a nulla. Né sulla Libia né sull’Albania né a far funzionare la Giustizia.