di Giuseppe Muolo
romasette.it, 11 giugno 2025
Il romanzo “Mio giudice” presentato a San Saturnino. L’autore: “L’emergenza più grave è il sovraffollamento”. La voce dell’ex detenuto Rocca: “La fiducia, primo gradino verso la libertà”. Il magistrato Franco Scala viene colpito da una grave forma di maculopatia degenerativa. Sasha Iannitto conduce invece una vita costellata da esperienze detentive, intramezzate a periodi di libertà. Le loro strade si intrecciano. Due mondi agli antipodi, due modelli di vita, l’uno cresciuto nella devianza e l’altro nella legalità, imparano a confrontarsi e a coesistere. Un giudice dal volto umano e un reo in cerca di riscatto viaggiano, così, all’interno di una varia umanità, tra periferie e quartieri della Roma bene, tribunali e carceri, crimine e legalità, malavita e istituzioni. Un percorso in cui fede e disabilità si confrontano con le difficoltà della vita.
È la trama del romanzo “Mio giudice” (Mursia) di Alessandro Giordano, magistrato di sorveglianza, che è stato presentato ieri, 10 giugno, nella parrocchia di San Saturnino Martire, nel quartiere Trieste. “Perché loro e non io?”, il tema dell’incontro, ispirato alle parole di Papa Francesco. “Il libro è nato dalle lettere e dagli incontri con le persone in carcere - ha spiegato Giordano -. Molte di loro provengono da realtà difficili, di deprivazione e di povertà. Sono emerse tante storie di umanità che ho trasfuso in una forma romanzata per non far riconoscere i protagonisti. È un romanzo che parla dell’importanza di ascoltare e tendere la mano. Ho visto numerosi detenuti che hanno trovato la forza di affrontare la vita con uno sguardo diverso grazie alla vicinanza di educatori e cappellani”.
Dalle pagine emergono anche le difficili condizioni degli istituti penitenziari. “Le emergenze più gravi sono costituite dal sovraffollamento - ha sottolineato l’autore -. Mancano gli spazi per le attività rieducative e formative. C’è tanto volontariato, così come tanto impegno da parte delle forze di polizia, ma le strutture vecchie, il personale insufficiente e il numero eccessivo dei detenuti rendono la vita veramente difficile”. Lo sa bene Fabio Rocca, ex detenuto, che ha portato la sua testimonianza. “Dormivamo in sei persone in stanze pensate per quattro - ha raccontato -. Usavamo il bagno per fare tutto, anche per cucinare, per leggere, per lavare i panni. Poi manca l’ascolto. Ci sono persone come me che passano gli anni nella più completa solitudine. Non ricevevo visite, né colloqui. In tanti mi hanno voltato le spalle. Il Signore mi ha dato la grazia di resistere”. Fabio oggi è libero. “È possibile migliorare se hai la fortuna e l’intraprendenza di afferrare le poche cose che il carcere ti offre - ha aggiunto -. Ho preso due diplomi, ho partecipato a un corso di scrittura e di lettura espressiva, e a uno spettacolo teatrale. Sono queste le gioie della vita, quelle che ti danno le scosse di adrenalina pulita. La fiducia è il primo gradino verso la libertà”.
La presentazione è cominciata con i saluti del parroco, don Ricardo Reyes, che ha definito la presentazione del romanzo come “un’occasione per tutti per prendere sempre più consapevolezza delle difficoltà all’interno del carcere”. All’incontro, che è stato moderato da Roberto Monteforte, giornalista e volontario a Rebibbia, è intervenuto anche Stefano Ricca, già direttore penitenziario. “Il libro descrive perfettamente la situazione in Italia - ha detto -. È impossibile parlare di rieducazione laddove si ammassano corpi in uno spazio limitato. Mancano le aule per l’istruzione, per i laboratori e per le visite delle famiglie. Questa è una delle tragedie del sistema penitenziario. Il carcere dovrebbe essere l’indice di civiltà di un Paese. Ma sembra non interessare a nessuno”.











