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di Antonella Rampino

Il Dubbio, 1 gennaio 2026

Gli esperti dicono che siamo all’era di Tucidide, nel distico che recitava “i forti fanno tutto ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono”, frase del resto pure ben trasposta in musica dagli Abba (“The winner takes it all, the loser standing small”). Fuor d’ironia, in questo secolo la novella ideologia della forza (quella frase di Tucidide è una rilettura ad opera di Nietzsche) può al massimo fotografare l’esistente: con buona pace dell’ottimismo positivista che pervade chi intravede per il 2026 il sorgere - finalmente - di un nuovo ordine mondiale, non se ne vede alcun accenno. La storia notoriamente non si ripete, tutt’al più ricorre, nemmeno sempre in forma di farsa. E tantomeno si ferma, come predisse, sbagliando, Francis Fukuyama.

Quel che è squadernato davanti a noi è il labirinto globale in cui siamo immersi. Il mondo non è nuovo allo sconvolgimento delle relazioni internazionali. Ma in tutte le precedenti violente crisi di questo tipo nell’era moderna -Prima Guerra mondiale, Seconda Guerra mondiale, caduta del Muro di Berlino- si era reagito avanzando ogni volta, strutturando organismi che favorissero il ritorno del buon governo mondiale, dalla nascita delle organizzazioni multilaterali, ivi compresa la Nato che è alleanza difensiva, fino agli istituti giuridici a difesa dei diritti umani e del diritto internazionale. Persino le guerre, pur travestite da “peace making” e “peace enforcing”, dai Balcani fino alla Libia, e perfino per l’Iraq, sono avvenute previa autorizzazione del consesso delle Nazioni.

Oggi, il mondo è notoriamente in balia di leader cesaristi che misurano la propria azione politica in termini di affermazione di un proprio (presunto) iperpotere. Il mondo sembra pilotato da una striminzita internazionale di nuovi nazionalisti che, come nel caso di Trump, Putin, Netanyhau (e sono solo i principali esempi), costituiscono il principale potere revisionista proprio di quel consolidato ordinamento Occidentale. Per questo, morto e sepolto ormai il vecchio mondo, non è possibile percepire i segni del sorgere del nuovo. E soprattutto per questo è riapparso nel nostro paesaggio il vecchio fantasma della guerra. Guerra che, in Ucraina come in Palestina, non accenna a fermarsi, mentre da mesi i leader dei nuovi nazionalismi affettano trattative di pace, disquisendo di cessate il fuoco e cessione di territori nel tempo che rimane tra un party, una partita a golf, e un trionfale “statement”, “Siamo a un passo dalla pace!”.

In questa situazione, determinante sarà l’andamento dell’economia. Perché da essa dipendono le sorti del modello democratico liberale, e di conseguenza il possibile riaffermarsi di un ordine mondiale, sia pure in una nuova geometria. Il primo nesso è con le guerre. Storicamente, la guerra genera inflazione: accade dall’era delle guerre successive alla Rivoluzione francese, e che passarono poi con la denominazione di “napoleoniche”, con l’Inghilterra costretta nel 1797 a sospendere la convertibilità della sterlina in oro. Accadde in America con l’inflazione da guerra civile. E accadde soprattutto con le due Guerre Mondiali: tra il 1914 e il 1920 in Italia i prezzi aumentarono di 6 volte, spianando la strada al fascismo, così come l’iperinflazione di Weimar -i prezzi di alcuni beni aumentavano fino a 100 volte al giorno- aprì le porte al nazismo. Donald Trump, per tornare all’oggi, non ha battuto l’inflazione. Anzi: tende non solo a sottovalutarla, ma ad alimentarla -e non si sa neppure quanto consapevolmente- cercando di ottenere dalla banca centrale americana, la Federal Reserve, ulteriori abbassamenti dei tassi di interesse (e per ottenerli, a breve giro sostituirá il presidente di quell’organismo). Nelle urne - e le elezioni di mid term sono alle viste - se ne paga sempre pegno: l’alta inflazione è uno degli elementi che è costato a Joe Biden la Casa Bianca. E la politica dei dazi aiuta solo all’apparenza l’economia americana, rischiando di sortire effetti avversi nel medio e lungo periodo.

Ma se la leadership di Trump nel partito repubblicano sembra aver già individuata la sostituzione in David J. Vance -l’attuale vicepresidente sostenuto dalle Big Tech e dal suo mentore Peter Thiel, uno dei teorici della fine della democrazia in favore di leadership non politiche ma industriali- qualcosa può far saltar tutto : lo scoppio della bolla che sostiene fortemente in borsa i titoli delle aziende big tech legate allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, e che traina attualmente al rialzo tutti i corsi borsistici, facendo preconizzare ad alcuni economisti (per l’Italia il bocconiano Guido Tabellini) una (moderata) crescita futura per l’economia americana. I rischi legati all’AI, di qui a medio termine, non riguardano però solo il possibile scoppio della bolla -la cui portata sarebbe comunque tale da generare una crisi economica globale- ma anche gli effetti sull’economia reale, in termini anzitutto di occupazione.

Quel che sarà dell’economia americana non è facile da intravedere, anche considerando che i fondamentali di partenza non sono positivi. È notorio poi che le guerre, nella visione che ne aveva John Maynard Keynes, sono un motore dell’economia, perché portano (tendenzialmente) alla piena occupazione (oggi, con l’uso di droni e altre tecnologie, non è più così), poiché lo sforzo bellico costringeva il governo ad investimenti su larga scala (un po’ come succede oggi nella UE con l’Ucraina). Meccanismi di spesa pubblica che possono poi essere orientati alle spese civili. Ma il solo Paese che trasse beneficio economico da una guerra, la Seconda mondiale, furono gli Stati Uniti di Roosevelt, che ne ebbero l’effetto di una forte crescita, e proprio perché avevano problemi di alta disoccupazione. Oggi, quel che si chiama comunemente “keynesisimo militare” non ha più molto fondamento: nessun Paese sviluppato vuol mandare, e per ragioni di pubblica opinione, i “boots on ground”, come si chiama in gergo l’invio di militari sui teatri di guerra.

Ma sarà determinante per il resto del mondo. Perché in questo squarcio di XXI secolo il disordine mondiale è agitato da una superpotenza che non è più tale, e non si rassegna ad esserlo. E l’Italia?, si dirà. I destini dell’Italia dipendono dall’Europa, che l’attuale governo tra l’altro teme moltissimo, al punto da sacrificare una possibile crescita sull’altare delle procedure d’infrazione. Per il resto, Roma non è più nemmeno in politica internazionale una potenza di medio calibro. L’Europa potrebbe invece sedersi a un tavolo, quando si tratterà di ridisegnare l’ordine mondiale e promuovere crescita e benessere dei suoi cittadini, come recitano i Trattati. Se solo avesse leadership adeguate.