sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Uma Sostmann

La Repubblica, 21 giugno 2026

Il quotidiano tedesco Welt intervista l’avvocato Thomas Galli, già responsabile di diversi istituti di pena in Germania, che è netto: le celle spesso provocano più danni che benefici. Ecco perché. Thomas Galli, 52 anni, ha lavorato per 15 anni in diversi istituti di pena, prima in Baviera e poi come direttore di due strutture in Sassonia. Dal 2016 esercita la professione di avvocato ad Augusta, specializzandosi in misure alternative alla detenzione, scarcerazioni anticipate e revisione dei processi. È giurista, criminologo e psicologo.

 

Lei chiede l’abolizione delle carceri. Perché?

“È diffusa l’idea che il carcere possa produrre effetti positivi. Dopo oltre venticinque anni di lavoro con persone che hanno commesso reati, sono convinto che sia falso. Le mie critiche sono evidenti e non sono nuove. Ma il sistema penitenziario è resistente al cambiamento ed è ormai fuori dal suo tempo. Nel corso della mia attività ho constatato una realtà: tornano sempre gli stessi uomini in carcere. Provengono quasi tutti dagli stessi contesti precari, socialmente svantaggiati e con bassi livelli di istruzione, e spesso hanno problemi di dipendenza. La detenzione li spinge ancora di più ai margini della società, immergendoli in una sottocultura. Una volta usciti, le loro possibilità di costruirsi una vita sono identiche, se non peggiori, rispetto a prima e molti finiscono per delinquere nuovamente. In questo modo il carcere ottiene esattamente l’opposto di ciò che dovrebbe ottenere. Nella teoria esistono diversi scopi della pena: punizione, deterrenza, protezione e reinserimento sociale. Nella pratica, però, la logica della punizione oscura tutte le altre. E questo deve cambiare, perché non funziona”.

 

Ci sono altri aspetti che critica?

“Anche le famiglie di questi uomini soffrono enormemente a causa della detenzione, soprattutto i figli. Inoltre questi bambini hanno una probabilità più elevata di diventare a loro volta autori di reati e di finire in carcere. In altre parole: il carcere produce criminalità. Quando emergono nuove forme di criminalità, la risposta è sempre creare un nuovo reato o chiedere pene detentive più severe. Ma il problema non cambia. Anzi, come società finiamo perfino per rimuovere certi temi invece di affrontarli davvero: i colpevoli vengono rinchiusi e pensiamo che il problema sia risolto. Ma non è così”.

 

Può fare un esempio?

“Stimiamo che oltre l’80 per cento dei casi di violenza domestica rimanga sommerso. Con la sola punizione non si va lontano. Dovremmo concentrarci molto di più sull’emersione dei casi e soprattutto sulla prevenzione. Minacciare il carcere a uomini adulti, spesso cresciuti in contesti problematici, serve a ben poco. Se osserviamo le biografie, che si assomigliano in modo impressionante, capiamo che bisogna investire molto prima, già all’asilo o al più tardi nella scuola primaria. Solo così si riduce davvero la probabilità che questi bambini prendano la strada sbagliata”.

 

Ma con coloro che nonostante tutto finiscono per commettere reati bisogna pur fare qualcosa...

“La prospettiva delle vittime dovrebbe essere messa al centro: come si può riparare il danno? Soprattutto sul piano economico, l’autore del reato potrebbe essere chiamato a rispondere molto più di quanto avvenga oggi. Anche la mediazione può avere un effetto terapeutico per la vittima. Dall’altra parte, il responsabile è costretto a confrontarsi con ciò che ha inflitto a un’altra persona e aumentano le probabilità che sviluppi un autentico pentimento. Questo approccio viene definito restorative justice, cioè “giustizia riparativa”: non è sempre possibile, ma in molti casi sì. Si possono immaginare anche misure meno convenzionali. Se un piccolo delinquente ruba in un supermercato, il proprietario potrebbe chiedergli di trascorrere una giornata a pulire il negozio. Mi occupo spesso di casi in cui uomini finiscono in carcere per alcuni mesi per aver rubato ripetutamente merci del valore inferiore a dieci euro. Nessuno dei soggetti coinvolti riesce davvero a capire perché per questo si debbano passare mesi in prigione. Oggi il nostro unico modo per esprimere quanto riteniamo grave un reato è la durata della pena detentiva. È un approccio unidimensionale che dovrebbe diventare più complesso e flessibile”.

 

Come potrebbe funzionare concretamente?

“La mia idea è la seguente: il tribunale continuerebbe ad accertare chi ha commesso il reato. Tuttavia non condannerebbe l’autore a una specifica pena detentiva, bensì lo collocherebbe in una sorta di “categoria di gravità”, in base all’entità del danno provocato. A seconda della categoria, si applicherebbe un catalogo di possibili misure: lavori socialmente utili, sorveglianza elettronica, programmi contro la violenza e così via. A decidere sarebbero professionisti come assistenti sociali e psicologi. Queste misure esistono già, ma vengono applicate soltanto in una minima parte dei casi. Circa la metà delle persone oggi detenute sta scontando pene pari o inferiori a un anno. Coloro che sono incarcerati per reati molto gravi e rappresentano un pericolo reale costituiscono soltanto una minoranza. Al massimo il dieci per cento dei responsabili di reati dovrebbe essere privato in modo significativo della libertà per proteggere la collettività, in alcuni casi anche a vita. Negli altri casi si potrebbero applicare restrizioni della libertà più sensate, come il braccialetto elettronico o, al limite, piccole strutture detentive decentrate, dove lavorare individualmente con i condannati in un regime più aperto”.

 

Una valutazione e un accompagnamento così personalizzati non sarebbero estremamente costosi?

“Non necessariamente, ma le strutture dovrebbero cambiare. Gran parte del personale di sorveglianza nelle carceri diventerebbe superflua e potrebbe essere impiegata in altri ambiti. Nel lungo periodo si potrebbero addirittura risparmiare risorse. Chi oggi perderebbe il lavoro a causa della detenzione potrebbe continuare a lavorare indossando un braccialetto elettronico. Ciò comporterebbe minori costi per il welfare e maggiori entrate fiscali”.

 

L’isola-prigione norvegese di Bastøy è spesso considerata un modello: i detenuti possono muoversi liberamente, utilizzare un telefono cellulare e svolgere diverse professioni. La Germania dovrebbe prendere esempio da quel sistema?

“L’idea che la società debba essere protetta ma che, al tempo stesso, il colpevole debba imparare a vivere in modo responsabile è fondamentale. I Paesi scandinavi hanno ottenuto grandi risultati con sistemi penitenziari molto più liberali. Il nostro sistema tedesco, invece, è l’esatto contrario della responsabilizzazione: dal momento del risveglio fino a quello in cui va a dormire, al detenuto viene sottratta ogni possibilità di decisione. Invocare pene più severe permette di sentirsi dalla parte della giustizia. Anch’io provo questo impulso. Ma dovremmo tutti interrogarci criticamente: che cosa vogliamo ottenere con la pena? E questo obiettivo corrisponde alla realtà? Il carcere non è lo strumento più efficace per combattere la criminalità. Se si osservano i dati, la necessità di cambiare approccio appare quasi evidente”.

 

Ma è anche una proposta realistica?

“Siamo sulla strada giusta. Esistono già alcuni tentativi, ad esempio, di depenalizzare il mancato pagamento del biglietto sui mezzi pubblici. Anche i direttori degli istituti penitenziari esprimono sempre più spesso critiche sulle debolezze del sistema. Tuttavia si tratta di un processo lento. È interessante notare che il desiderio di punizione delle vittime è spesso meno forte di quello dell’opinione pubblica. Anche l’idea secondo cui “dobbiamo punire severamente per rispetto delle vittime” merita quindi una riflessione critica. Tra gli assistiti che rappresento come avvocato, quasi nessuno sostiene che il carcere lo abbia portato a cambiare vita. Al contrario, è molto diffusa la sensazione di essere stati trattati in modo sproporzionato, e questo alimenta un allontanamento dallo Stato e dalla società. Mi capita spesso che dei genitori mi dicano di aver lavorato per decenni per lo Stato, ma di aver perso fiducia nelle istituzioni dopo l’incarcerazione del proprio figlio”.

 

Questa sfiducia è giustificata?

“Una parte è inevitabile: quando lo Stato prende decisioni sulla mia vita, è naturale che io provi una certa resistenza. Ma un’altra parte, tutt’altro che marginale, deriva dal modo in cui funzionano concretamente gli istituti penitenziari. È difficile spiegare perché un detenuto possa vedere i propri figli soltanto due volte al mese. A chi giova? A nessuno. Considerare questa situazione ingiusta è comprensibile. Anch’io la vedo così”.