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di Serena Convertino

L’Espresso, 25 giugno 2026

Giannelli (Anp): “La scuola è il primo e più importante presidio educativo e sociale per intercettare il disagio”. Benzoni (Azione): “Mancano luoghi di aggregazione. I giovani in carcere? Lasciare che perdano la speranza è un fallimento collettivo”. Le aule di scuola si chiudono e i corridoi si svuotano, eccezion fatta per le migliaia di studenti che affrontano in questi giorni la maturità, iniziata il 18 giugno con la prima prova scritta. Si chiude un anno scolastico, si apre la pausa estiva. Ma oltre chi conclude un percorso e ne inizia un altro - che sia di studio o ricerca del lavoro - cosa accade ai ragazzi che dalla scuola escono troppo presto, o che nella scuola restano senza trovare strumenti, ascolto, competenze, senza più cercare futuro? 

Le cronache sono segnate da casi di violenza giovanile che raccontano una storia fatta di fragilità emotiva e isolamento che lasciano segnali anche tra i banchi di scuola: assenze, rendimento che cala, ritiro dalle relazioni, perdita di motivazione. “L’abbandono scolastico è quasi sempre preceduto da segnali riconoscibili - dice Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) -. Anche la dispersione implicita, cioè il conseguimento del titolo senza adeguate competenze, richiede un monitoraggio costante e interventi tempestivi e personalizzati”. La scuola, aggiunge, è “il primo e più importante presidio educativo e sociale” per intercettare il disagio”.

Secondo i dati Eurostat, nel 2025 l’Italia non è a rischio per l’abbandono scolastico precoce: si trova sotto il nuovo limite europeo del 9% fissato per il 2030. Un miglioramento che comunque non cancella i divari esistenti tra Nord e Sud del Paese. In aggiunta, esiste il fenomeno di dispersione implicita, meno visibile eppure altrettanto decisiva. Il versante educativo si intreccia poi con quello sociale. Secondo Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo alla Camera per Azione, che si occupa di carceri ma anche di disagio giovanile, “l’abbandono scolastico può essere il primo campanello d’allarme di percorsi che portano all’esclusione, alla condizione di Neet e, nei casi più gravi, alla devianza. Non è un automatismo, ma una traiettoria possibile quando mancano scuola, famiglia, comunità, adulti di riferimento”. La ricetta, sostiene Benzoni, non è miracolistica, ma fatta di prossimità: tempo pieno, mense, luoghi di aggregazione, sport, cultura, reti territoriali, psicologi scolastici. “Dove la scuola offre più tempo, più servizi e più relazioni, l’abbandono si contiene. Dove quei servizi mancano, soprattutto nelle periferie e nei quartieri popolari, il rischio cresce”.

Supporto psicologico - Giannelli insiste sulla necessità di rendere strutturale il supporto psicologico nelle scuole e di rafforzare le équipe multidisciplinari, con personale specializzato, formazione per docenti e dirigenti, reti territoriali solide. Benzoni ritiene che si tratti di un investimento sostenibile: “Uno psicologo di base per 38 ore settimanali costerebbe circa 140 milioni. Una cifra contenuta per il bilancio di Stato, se paragonata ai costi sociali ed economici di un disagio intercettato troppo tardi”. Fragilità emotive e relazionali sono in aumento anche secondo Giannelli. “La pandemia ha certamente accentuato fenomeni già in atto, ma incidono anche altri fattori: l’iperconnessione e l’uso dei social, l’indebolimento delle relazioni educative, le disuguaglianze socio-economiche e un crescente senso di incertezza rispetto al futuro. La scuola è sempre più chiamata a svolgere funzioni di osservazione e supporto che, però, da sola non può sostenere”. 

I social network - La questione non si esaurisce dentro l’aula. Mancano spesso luoghi che sostituiscano almeno in parte ciò che la famiglia non riesce più a garantire: oratori, associazioni sportive, centri culturali, spazi pomeridiani dove i ragazzi possano misurarsi con gli altri, con le regole, con figure di riferimento e fare “logout” dalle piattaforme. Quanto all’uso dei social, Benzoni non ha dubbi: l’uso delle piattaforme deve essere limitato e consapevole. “È una delle cause principali del disagio giovanile. I ragazzi si trovano a usarli spesso quando hanno un’età inadeguata per valutare i contenuti per come sono. Li isolano, creano l’illusione di avere relazioni e amici virtuali che probabilmente poi sono inesistenti di fatto”. Quanto alla recente iniziativa del - dimissionario - governo Uk, che vieta l’uso dei social agli under 16? “Una battaglia sacrosanta, c’è un disegno di legge che unisce tutte le forze parlamentari che ad oggi resta bloccato. L’auspicio di Azione è che si vada avanti il prima possibile”. 

I minori detenuti - Tra le realtà più dure c’è poi quella dei casi estremi in cui il disagio e la criminalità giovanile sfociano in misure di detenzione. Benzoni, vicino alle realtà delle carceri minorili, racconta di ragazzi con “il colore degli occhi spento, come se fossero già tagliati fuori dal futuro”. La piaga del disagio psicologico dietro le sbarre e dei suicidi “è quanto di più mortificante si possa immaginare subito dopo il fatto che i minorenni possano finire in carcere”. “Alcuni - dice - non si sono tolti la vita perché colpevoli o detenuti, ma perché avevano paura di uscire a poche settimane dalla fine della pena. È forse l’immagine più netta di un fallimento collettivo: non solo averli visti arrivare in carcere da minorenni, ma aver lasciato che perdessero la speranza”. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, al 30 aprile 2026 i venti istituti penali per minorenni d’Italia ospitavano 581 giovani detenuti, il 52,5% in più rispetto alla fine del 2022, ultimo anno senza il decreto Caivano che ha allargato per i minori le maglie - e le sbarre - d’ingresso nelle carceri. “Tali numeri - continua il rapporto di Antigone - sarebbero ben più alti se non fosse per i tanti i trasferimenti verso carceri per adulti di neomaggiorenni che potrebbero permanere negli Ipm - Istituti penali per i minorenni - fino al compimento dei 25 anni di età, mentre si vedono così bruscamente interrompere ogni percorso educativo”.