di Ezio Mauro
La Repubblica, 8 ottobre 2022
Le scelte per la Pace premiano la società civile e chi oppone alle democrature, a partire dal Cremlino. Come se precipitassimo indietro negli Anni Settanta (segno della regressione dei tempi in cui viviamo) il premio Nobel per la pace torna a premiare il dissenso.
Da decenni non si sentiva più citare questa formula, che sembrava svanita con la fine delle dittature ideologiche con cui il Novecento prima di concludersi aveva saldato i conti, fino alla scomparsa dell’Unione Sovietica. Eravamo anzi convinti che il dissenso da testimonianza morale individuale, o di piccoli gruppi, fosse finalmente diventato opposizione, affacciandosi come un soggetto politico riconosciuto e pienamente legittimato nella contesa per il consenso davanti alla pubblica opinione. Non avevamo fatto i conti con la torsione delle democrature, che per difendere il potere autocratico di leader neo-autoritari chiudono violentemente tutti gli spazi di un’opposizione appena nata, rimettendo in discussione la libertà politica, di espressione e di organizzazione dei cittadini. E dove il potere oscura, il Nobel illumina.
Il comitato norvegese per il Nobel, infatti, continua a farsi carico della responsabilità morale non solo di una testimonianza, ma di un vero e proprio allarme. Il premio del 2022 svolge esattamente questa doppia funzione. Scegliendo l’attivista bielorusso dei diritti umani Ales Bialiatski, in carcere dal 2020 dopo aver fondato il Viasna Human Rights Centre, l’associazione russa Memorial e il Centro ucraino per le libertà civili, il Nobel segnala l’impegno civile di resistenza ai soprusi di Stato e insieme denuncia l’intolleranza sovrana nei confronti dei movimenti e delle organizzazioni di cittadini che non rinunciano a monitorare gli abusi del potere. Bialiatski è la figura storica di riferimento di ogni opposizione bielorussa al dittatore Lukashenko, Memorial è l’associazione voluta da Andrei Sakharov - e osteggiata dal Cremlino - per recuperare e custodire le biografie smarrite e calpestate negli anni del gulag e del lager sovietico, l’organizzazione ucraina fondata nel 2007 si è ora riconvertita alla documentazione dei crimini di guerra russi, denunciandoli agli osservatori internazionali.
Minsk, Kiev e Mosca: il Nobel traccia la frontiera dell’ultima frattura europea, che è insieme una linea d’allarme ma anche di resistenza. In Ucraina col premio si punta a sostenere la popolazione civile, assicurando che i colpevoli di abusi dovranno rispondere dei loro crimini; in Bielorussia si intende richiamare l’attenzione e l’impegno internazionale per la lotta di Bialiatski, detenuto senza processo, chiedendo la sua liberazione; in Russia si vuole sottolineare il valore della memoria e della documentazione sull’oppressione politica comunista, per evitare che le vittime del regime sovietico vengano dimenticate. Identificando i punti più acuti della crisi che stiamo vivendo, il comitato di Oslo con le sue scelte promuove e difende la società civile, che è la vera vincitrice del Nobel 2022. È questa la cifra comune dei premiati nel loro impegno per proteggere le prerogative fondamentali dei cittadini, per denunciare gli abusi dei governi, per rivendicare il diritto universale di criticare il potere: “Hanno fatto uno sforzo straordinario - dice la motivazione - e insieme dimostrano il significato delle società civili per la pace e la democrazia”.
E questo è un richiamo anche per noi. Il Nobel, accusato troppe volte dal qualunquismo opportunista di “fare politica”, continua infatti la sua ricognizione nei punti dolenti della libertà, con la selezione di figure che scelgono e testimoniano semplicemente una ostinata fedeltà alla democrazia, pagando il prezzo che i regimi impongono. C’è un filo che unisce, in questo senso, i premiati da un anno all’altro. Scegliendo nel 2021 due giornalisti perseguitati nel loro Paese, il direttore della Novaja Gazeta di Mosca (chiusa dal Cremlino) Dmitrij Muratov, e la filippina Maria Ressa, col sito Rapper sottoposto a rappresaglie continue dal presidente Duterte, il comitato ha scritto nella carte del Nobel il principio della democrazia come garanzia di sicurezza, e della libera informazione come garanzia di democrazia. Oggi tocca all’impegno civile spontaneo dei cittadini, nella resistenza ai soprusi e nell’affermazione dei diritti.
Tutto questo, non dimentichiamolo, in nome della pace: e il Nobel ci dice molto in proposito, proprio nel momento in cui Biden certifica che Putin fa sul serio, con “la minaccia di un Armageddon”, per la prima volta dalla crisi dei missili a Cuba. Come dimostrano la biografia, il sacrificio e la solitudine dei premiati, la pace infatti non è disarmo ed equidistanza, ma impegno e militanza. La pace si costruisce prendendo parte, non lavandosene le mani, difendendo la democrazia dei diritti e la democrazia delle istituzioni, non disprezzandole. Ogni soluzione di pace giusta, e per questo duratura, passa necessariamente dalla difesa degli oppressi e dal ristabilimento di un equilibrio violato: giuridico, morale, soprattutto umano. Tutti vogliamo vivere in pace ripudiando la guerra. Ma come ci dicono le tre storie dei Nobel, quando la scelta per la pace ci impedisce di distinguere tra l’aggressore e l’aggredito, diventa un ideologismo che non ci permette di capire, perché acceca.









