di Antonio Ferrero
La Stampa, 1 febbraio 2025
“È provato che laddove la detenzione è volta verso una rieducazione, la recidiva è minore quindi è anche un investimento. Non è soltanto un discorso di misura di civiltà generica o di sensibilità verso i detenuti, ma una garanzia per la società. Le carceri dovrebbero diventare il meno possibile palestra di crimine o criminogene. Invece, non curandosi di quanto succede in prigione, la società alimenta attraverso il carcere il circolo vizioso della delinquenza, perché aumenta la possibilità di reiterare i reati”. Il discorso del dottor Alberto Arnaudo, medico già direttore del Serd di Cuneo, sulla necessità di portare l’attenzione sulle condizioni di vita di chi in carcere soffre per motivi diversi, è molto pragmatico.
“La privazione della libertà è sempre qualche cosa che fa male, non è un successo privare qualcuno della libertà. Questa è già una punizione: aggiungerci la trascuratezza delle più elementari misure logistiche, oltre che di assistenza sanitaria alle persone, è una crudeltà in più” spiega nel presentare le motivazioni all’origine del convegno che si terrà a Cuneo il 14 febbraio su “Salute in carcere: un diritto negato?” organizzato da C.o.N.O.S.C.I e dalle consigliere regionali Giulia Marro e Alice Ravinale. L’intenzione è quella di sensibilizzare la cittadinanza su un problema spesso trascurato, se non realmente rimosso, ossia la questione del benessere in carcere.
Non si tratta di un tema “buonista” o irrilevante, precisa Arnaudo, perché “noi pensiamo ai detenuti, ma bisogna riflettere anche sul disagio di chi in carcere lavora. Le misure di scarsa civiltà, sovraffollamento o condizioni ambientali invivibili, si riverberano anche sul personale”.
È dunque un discorso non solo di civiltà e giustizia (“Non dimentichiamo che il nostro ordinamento dice che la pena deve essere volta a rieducare, non soltanto a trattenere o punire” ricorda Arnaudo), ma di opportunità collettiva: un detenuto recuperato nella salute del corpo e della psiche è più probabilmente un futuro cittadino inserito nella società di quanto possa esserlo un tossicodipendente devastato dall’esperienza detentiva. Anche perché, come precisa con amara consapevolezza, “tutto questo parte da un discorso di benessere, per quanto parlare di benessere in carcere sia un ossimoro. Perché se uno è privato della libertà non può stare bene. Appunto per questo tutto il resto non dovrebbe essere aggiunto”.
In quest’ottica il convegno del 14 proverà a chiarire alcuni aspetti della situazione attuale della gestione dell’infermità in carcere, di qualunque tipo si tratti. È un argomento di grande rilevanza, perché la maggior parte delle persone non è consapevole di quanto il trattamento della malattia in prigione sia cambiato negli ultimi anni: “Il Dpcm del 2008 ha trasferito le funzioni della sanità in carcere dal ministero della Giustizia a quello della Sanità sancendo il principio che l’assistenza sanitaria a chi è detenuto deve essere il più possibile equiparata a quella per chi è fuori - spiega ancora Arnaudo -. Questo significa che il personale sanitario che opera adesso in prigione è personale della Asl, ma lavora in una situazione in cui le strutture e le regole sono a capo del ministero della Giustizia. È come se a curare gli alpini alla caserma di San Rocco andasse il medico di base anziché quello militare, per capirci. Il principio è assolutamente giusto e condivisibile, però i problemi sono enormi da un punto di vista di attuazione gestionale delle attività perché le esigenze di sicurezza non sempre collimano con quelle di salute”.
In particolare, durante il convegno Arnaudo si concentrerà sul problema su cui ha lavorato per più di 35 anni: “Il pomeriggio è dedicato soprattutto al discorso delle tossico-alcol dipendenze. L’assistenza ai tossicodipendenti detenuti è una delle prime attività cliniche che è stata demandata alle Asl, prima ancora del Dpcm del 2008. Quando è passato tutto in carico all’Asl, la gestione è diventata ovviamente più complicata e problematica. Non è la stessa cosa proporre terapie, anche efficaci, fuori dal carcere e farlo all’interno. Così come non è la stessa cosa il rapporto con i pazienti: è chiaro che il paziente che sta male da recluso ha un disagio psichico per il fatto che è in carcere. Se poi le condizioni generali sono particolarmente difficili, le fragilità che già c’erano prima della privazione della libertà, esasperate dalle nuove condizioni di vita e dalla malattia, portano spesso a cortocircuiti che purtroppo non raramente si concludono con i suicidi in carcere, che sono sempre più numerosi”.
Insomma, se è vero, come diceva Voltaire, che “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, in Italia abbiamo ancora parecchio da fare. Il convegno del 14 febbraio può aiutare a conoscere meglio la situazione reale.
Venerdì 14 febbraio si terrà il convegno “Salute in carcere: un diritto negato?”. L’iniziativa è organizzata da “C.o.N.O.S.C.I.” (Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane) e dalle consigliere regionali regionali di Avs Giulia Marro e Alice Ravinale. È prevista la registrazione dell’evento con una pubblicazione successiva e l’elaborazione di un documento finale. La segreteria scientifica che cura l’evento è composta dai dottori Sandro Libianchi e Alberto Arnaudo: il primo, presidente del C.o.N.O.S.C.I., il secondo per molti anni direttore del Ser.D. di Cuneo. Il convegno inizierà alle 9,30 e, dopo la pausa dalle 13 alle 14, riprenderà fino alle 17,30 con l’alternarsi di più di quindici esperti del settore. Si terrà a Cuneo, alla sala polivalente Cdt di largo Barale 1, con prenotazione scrivendo una mail a











