di Luigi Manconi
La Stampa, 28 novembre 2020
Scrivo su questa pagina, quanto contemporaneamente scrivono Sandro Veronesi sul Corriere della Sera e Roberto Saviano su Repubblica. Vogliamo argomentare, in tal modo, un nostro modesto atto di solidarietà nei confronti di una iniziativa che riteniamo saggia e utile: e così ci uniamo, in una ideale staffetta, a Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, impegnata dal 10 novembre in un'azione nonviolenta di digiuno.
L'intento di Bernardini, nostro e di altre centinaia di cittadini e di circa 700 detenuti in sciopero della fame, è quello di ottenere, dal Governo e dalle autorità, quei provvedimenti capaci di ridurre significativamente il sovraffollamento delle prigioni. Finora, il ministro della Giustizia ha taciuto o ha fornito risposte totalmente inadeguate. Eppure, il carcere è il luogo più affollato d'Italia e la cella può essere lo spazio più congestionato e patogeno dell'intero sistema penitenziario. Non stupisce, dunque, che oggi, tra i detenuti, i positivi siano 874 e, tra il personale amministrativo e di polizia, 1042. Per partecipare concretamente a questa mobilitazione civile, insieme a Veronesi e Saviano e ad Alessandro Bergonzoni e a chi condivide le nostre motivazioni, digiuneremo per 48 ore.
L'interesse collettivo - Lo facciamo in nome di un interesse collettivo, non per uno slancio filantropico. Nelle società contemporanee, infatti, la salute pubblica non consente zone franche e non prevede spazi definitivamente immuni. La nostra organizzazione sociale, non è solo connessa attraverso il digitale, è anche - e ancor prima - intercomunicante: un grande aggregato, dove non si trovano spazi vuoti, né intercapedini isolanti. All'interno di questa massa di agglomerati e legami, di strutture e infrastrutture, di reti e canali, non sopravvivono luoghi anestetizzati e cittadelle impermeabili. Insomma, il nemico - sia esso un terrorista islamista o un virus micidiale - non incontra resistenze insuperabili.
In altre parole, non si può impedire al morbo di "muoversi": si può, piuttosto, contenerne l'espansione, trattenerne la corsa, limitarne l'aggressività. Ma non esistono barriere invalicabili. Dunque, fu sciocco credere, nello scorso marzo, che il contagio si fermasse davanti alle mura dei penitenziari. L'allora ridotto numero dei positivi, portò molti a pensare che il carcere, e il carcere "più chiuso" (il regime di Alta sicurezza e di 41 bis), rappresentassero una sorta di "casa rifugio", la più protetta contro il contagio. Il che indusse il ministro della Giustizia a rinunciare alla sola scelta giusta: ridurre il numero dei detenuti. Perché questo è il punto. Il sistema penitenziario è strutturalmente causa di patologia e fattore di morbilità. È affollato, sovraffollato e congestionato, non a causa di un'emergenza occasionale, ma per gli effetti di una perversa politica della giustizia. Questa, in presenza di una sensibile riduzione di tutti i reati, aumenta vertiginosamente le fattispecie penali, innalza l'entità delle pene ed estende al massimo il ricorso alla carcerazione. È una spirale inarrestabile che porta fatalmente all'accumularsi di corpi entro spazi chiusi e insalubri. In quella concentrazione di individui vulnerabili e in quella promiscuità coatta, l'isolamento sociale, precondizione di tutte le profilassi, è semplicemente impossibile. E il virus, una volta entrato, tende a diffondersi pervasivamente: e a ritornare all'esterno, tra coloro che in carcere mai sono stati e mai saranno.
Indulto e amnistia - Da qui la ragionevolezza di misure come amnistia e indulto che gli attuali rapporti di forza parlamentari non consentono; e la saggia concretezza degli obiettivi proposti dal digiuno di Bernardini, che qui sintetizzo: 1) Blocco dell'esecuzione delle sentenze passate in giudicato - come indicato dal Procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi- per tutta la durata dell'emergenza, a meno che la Procura valuti che "il condannato possa mettere in pericolo la vita o l'incolumità altrui"; 2) Liberazione anticipata speciale, passando dagli attuali 45 a 75 giorni, per quei detenuti che hanno dimostrato buona condotta e avviato un percorso orientato al reinserimento sociale; 3) Allargamento della platea di beneficiari della detenzione domiciliare speciale, prevista nel decreto Ristori, a coloro che devono espiare una pena non superiore a 24 mesi. Insomma, come dice Bergonzoni: "Non buttiamo la chiave! Usiamola noi per entrare e vedere cosa succede di tanti efferati silenzi".











