di Sergio Harari
Corriere della Sera, 28 luglio 2022
Avevamo sperato. Avevamo sperato che il virus se ne sarebbe andato presto. Avevamo creduto che tutto alla fine sarebbe andato bene, così come avevamo sognato che il mondo dopo la pandemia sarebbe stato migliore, sebbene alcuni ci avessero avvertito che forse non sarebbe stato così.
In una bella intervista al Corriere di due anni fa, in piena prima ondata pandemica, Giorgio Cosmacini, il più importante storico della medicina italiano, l’aveva predetto: la storia è magister vitae e ci insegna che dalle pandemie il mondo esce sempre peggio di quanto non fosse prima. Ma noi avevamo comunque voluto credere che la prima pandemia del nuovo millennio sarebbe stata diversa dal passato. Così non è stato. Sognavamo che il nostro Paese, colpito così duramente, avrebbe approfittato di questo momento quasi catartico per rinascere diverso, ma anche qui ci siamo sbagliati.
Stiamo assistendo a una tempesta quasi perfetta: la guerra, la crisi finanziaria, la pandemia, la siccità, mancano solo le cavallette e il quadro da apocalisse sarebbe completo ma intanto litighiamo come se nulla fosse accaduto, facciamo cadere il governo più prestigioso degli ultimi anni e mettiamo a rischio i fondi del Pnrr. Si fatica a immaginare un futuro per un Paese così.
La sanità è stremata, sono due anni e mezzo che con risorse limitate fa l’impossibile, medici e infermieri sono sfiniti, demotivati, delusi e ora il futuro è ancora più dubbio con risorse di cui non abbiamo più certezza. Il Servizio sanitario nazionale ha dato una prova straordinaria di sé e dei valori di universalità e eticità sui quali si basa ma esce a pezzi da questi anni.
Non abbiamo più medici, non abbiamo più infermieri, il personale che è rimasto è stanco, frustrato, non riconosciuto e sottopagato (abbiamo gli stipendi più bassi di tutta Europa). Tra gli operatori sanitari aumentano le malattie causate dal post Covid e dagli stress di questi due anni e mezzo di lavoro a ritmi assurdi. Si continua a chiedere sempre agli stessi che rispondono per senso di responsabilità ma l’elastico rischia di rompersi, mentre già si contano le defezioni per pensionamenti anticipati, o chi sceglie di lasciare l’ospedale per fare il medico di medicina generale o il libero professionista. In tutto questo la qualità dell’assistenza si riduce progressivamente anche nelle migliori regioni del Paese. Nessuno però sembra accorgersene o preoccuparsene seriamente. Aveva ragione Cosmacini, il mondo è uscito decisamente peggiore dalla pandemia.









