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di Massimiliano Nerozzi

Corriere della Sera, 5 ottobre 2026

Arata, candidato per Areadg: a volte gli ispettori si mandano per intimidire i magistrati. Il prossimo Csm rappresenta, per le aspettative di tanti giovani colleghi “giustamente diffidenti”, un “banco di prova decisivo” dice il giudice Roberto Arata, 63 anni, presidente di sezione al tribunale di Milano dopo una vita a Torino, e candidato al consiglio per Areadg. “È una scelta legata proprio alla vicenda referendaria: sono in magistratura dal 1993, iniziai da pm in Sicilia, come fecero 240 di noi appena usciti dal concorso, tra Calabria e Sicilia, appunto. Tutti straordinariamente orgogliosi di entrare in una magistratura orizzontale e paritaria, senza “capi” e senza carriera, come previsto dalla Costituzione”.

Perché si candida?

“Tutto si è un po’ perso, con la riforma del 2006, anche se il Csm era stato bravo a reinterpretarla, perché da un lato ci siamo trovati schiacciati sempre di più da adempimenti burocratici, dall’assenza di risorse materiali, da richieste di produttivismo senza qualità e dall’altro perché nelle teste dei magistrati era entrata l’idea della gerarchizzazione delle procure e della carriera. Si entrava per fare qualcos’altro”.

Poi che cosa è successo?

“Quello spirito di una volta l’ho ritrovato nella battaglia referendaria, per l’indipendenza e l’autonomia, soprattutto da parte dei 2.400 magistrati che sono entrati negli ultimi anni”.

Il risveglio della Forza?

“Tra magistrati ci si distingue per idee su come realizzare la giurisdizione, quali siano le priorità, come vadano organizzati gli uffici giudiziari e i percorsi professionali, eccetera. Ragioni nobili su cui si differenziano i raggruppamenti di magistrati”.

Da anni le “correnti” sono il tema in cima alle hit...

“Si sono verificate delle degenerazioni, che hanno portato alla confusione tra il raggrupparsi per ideali e il farlo per interesse. Badi che l’hotel Champagne va oltre la degenerazione delle correnti e dimostra semmai la loro debolezza: lì c’erano magistrati eletti membri del Csm che prendevano direttive da politici o da magistrati che avevano incarichi di governo”.

Vede altre colpe?

“La responsabilità di avere poco coraggio, in una magistratura fondata sulla paura del disciplinare. Per dire, quando c’è un provvedimento sgradito, ci si sposta sull’attacco personale al magistrato. Vedi Torino (il bengalese accusato di molestie; ndr)”.

Per il quale il ministero ha spedito gli ispettori...

“Che si mandano per intimidire gli altri. Per questo penso ci debba essere una difesa coraggiosa e forte dagli attacchi personali, difesa che ci vorrebbe a monte, con l’apertura di pratiche a tutela, e che non c’è stata abbastanza. E poi c’è il problema della trasparenza”.

Ovvero?

“La comunicazione e la conoscibilità dell’attività del Csm. Alla Motorizzazione, mandando una mail, puoi sapere chi è il responsabile del procedimento e come contattarlo: perché al Csm no? Lo stesso per il lavoro delle Commissioni: perché deve arrivare il messaggio di un consigliere a un gruppo di eletti anziché un’informazione a tutti direttamente dal Csm?”

Ovvero?

“È un organo costituzionale presieduto dal presidente della Repubblica a tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura e a garanzia dei cittadini. E che, necessariamente, si occupa di politica giurisdizionale, sceglie come dislocare le risorse, le priorità, fa osservazioni sulle proposte di legge. Considerarlo solo un organo tecnico è riduttivo”. Cosa vorrebbe cambiare? “All’interno e all’esterno si parla solo delle nomine. Vorrei un Csm concretamente e coraggiosamente vicino a chi lavora quotidianamente negli uffici per aiutarlo a rendere “giustizia”: pensi a un Csm che in un libro bianco faccia un rilevamento dello stato della giustizia e dei problemi che la rallentano. Ad esempio, senza edilizia giudiziaria e senza personale amministrativo non si lavora. La segnalazione al governo avrebbe una forza ben diversa da una nota dell’Anm o da un’inchiesta giornalistica. Anche questo significa avere coraggio”.