di Giuseppe Muolo
Avvenire, 14 ottobre 2026
Superare la logica della sola pena detentiva per costruire un modello strutturato di reinserimento nella comunità. E abbattere così i tassi di recidiva. È l’obiettivo del Piano del Ministero della Giustizia per l’inclusione socio-lavorativa delle persone sottoposte a misura penale. I primi risultati del progetto, inquadrato nel programma nazionale inclusione e lotta alla povertà 2021-2027, sono stati presentati ieri mattina a Palazzo Madama in un convegno organizzato su iniziativa della senatrice della Lega Erika Stefani. Dei 280 milioni di fondi europei programmati, 260 (il 93%) sono stati impegnati. Risorse che nel complesso coinvolgono 2.919 detenuti e 800 minori e giovani adulti. Sessanta i progetti promossi in diciannove regioni.
Tra le novità, lo sviluppo della Piattaforma informatica delle competenze del detenuto, un ecosistema digitale interamente coperto dai fondi per 4,94 milioni di euro che permetterà di tracciare le qualifiche delle persone in entrata e in uscita, rendendo i profili pronti per il reinserimento direttamente consultabili dalle aziende. A questo si aggiungono i fondi già stanziati nelle Regioni. In primo luogo, sono stati già impegnati oltre 144 milioni di euro per gli istituti penitenziari, divisi tra percorsi lavorativi e formativi per i detenuti - con un focus su settori come l’economia verde e l’agricoltura - e la riqualificazione e adeguamento impiantistico degli spazi in novanta carceri. Sul fronte esterno, sono attivi invece quasi 74 milioni di euro destinati a reti territoriali per accompagnare chi sta scontando la propria pena fuori dal carcere.
Infine, il piano è pensato anche per i minori e i giovani adulti: grazie alla recente selezione di 62 Enti del Terzo Settore, 800 ragazzi in misura penale o in uscita da comunità saranno affiancati da uno specifico “Tutor per l’autonomia”. Una figura dedicata che seguirà ciascun giovane dall’inizio alla fine del percorso, costruendo un piano personalizzato di formazione, orientamento lavorativo e reinserimento sociale per accompagnarli verso una vita autonoma fuori dal circuito criminale. Per il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, “la certezza della pena non deve mai essere disgiunta dalla sua funzione rieducativa.
Con il piano, che è in fase embrionale - ha spiegato -, stiamo gettando le basi per un nuovo modello italiano dell’esecuzione penale. Utilizzando con efficienza le risorse europee, vogliamo costruire percorsi a trecentosessanta gradi che uniscano formazione, acquisizione di competenze e integrazione socio-lavorativa”. L’obiettivo è “restituire dignità alle persone, offrendo loro una reale seconda chance e garantendo, attraverso l’abbattimento della recidiva, maggiore sicurezza a tutta la collettività”. Gli ha fatto eco il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, secondo cui il cuore del progetto è “mettere al centro la persona”. Si tratta, ha spiegato, di un piano “che vuole ridurre la recidiva e permettere alle persone di essere libere fino in fondo. Il 98% di chi impara un mestiere poi non delinque più”. Così, ha rimarcato, “si costruisce sicurezza”.
Anche per il capo dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, Antonio Sangermano, la pena deve essere finalizzata a “lasciare una prospettiva senza disumanizzare”, favorendo “un approccio multidisciplinare alle problematiche e lavorando sulla responsabilità”. Scettica l’associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di garantire diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario. “Anche in passato abbiamo sentito promesse di piani contro la recidiva tramite il lavoro”, commenta il presidente, Patrizio Gonnella. “Monitoreremo quello che accadrà”, aggiunge, ponendo però l’accento sulla situazione del carcere in Italia. “Mai il sistema penitenziario era stato in una crisi come quella attuale. Negli ultimi quattro anni si è investito solo in funzione del controllo e non sugli strumenti socioeducativi. Speriamo che questo Governo si sia reso conto finalmente che non si può puntare tutto sulla sicurezza”.
Sulla stessa linea la coordinatrice nazionale di Antigone, Susanna Marietti. “Mi sembra un’attenzione di tipo schizofrenico - sottolinea -. Con una mano si continua a violare diritti e creare un carcere sempre più chiuso e con l’altra si organizzano convegni patinati al Senato per dire che il Governo è attento alla reintegrazione sociale”. Inoltre, aggiunge, si tratta per adesso di un numero “irrisorio” di persone coinvolte rispetto al totale. Secondo gli ultimi dati statistici, sono circa 66 mila i detenuti negli istituti penitenziari e 17.027 i minori e i giovani adulti in carico al sistema di giustizia minorile. Mentre gli uffici di esecuzione penale esterna hanno attualmente in carico ben 143.027 persone. Di queste, oltre 101 mila sono affidate per misure alternative.









