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di Gabriele Segre

La Stampa, 13 maggio 2026

Nel vuoto lasciato dall’America il disordine viene usato come arma. Da Putin a Netanyahu, da Trump a Xi, i leader moltiplicano le guerre. Tutto nasce dal caos. Poi arrivarono la luce e il buio, la terra e il mare, gli dèi, gli uomini, le leggi, gli imperi, le banche centrali, i summit Nato e persino le call su Zoom. L’ordine aveva prevalso. O almeno così ci raccontano le grandi cosmologie, dalla Genesi a Esiodo fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Quello che si sono dimenticate di dirci è che il fenomeno è reversibile: il caos torna. Quasi sempre senza avvisare.

Basta poco, in fondo: è sufficiente che il mondo perda il proprio ordinatore di turno - padreterno, imperatore o poliziotto globale a stelle e strisce che sia - perché si apra il vuoto. Gli Stati Uniti avevano provato a tenere le redini del pianeta e per qualche decennio ci erano anche riusciti, tra portaerei, dollari e McDonald’s in ogni quartiere. Oggi conservano una potenza immensa, ma non riescono più a tradurla in controllo stabile. Chi cresce - la Cina - accumula tecnologia, influenza e muscoli geopolitici a velocità industriale, ma non è ancora in grado di convertire tutta quella massa in un ordine alternativo coerente e riconoscibile per tutti. È lì, nel grande spazio sospeso tra chi non può più e chi non può ancora, che il caos torna ad accomodarsi. Esattamente nel punto della storia in cui ci troviamo noi, intenti a gestire l’ansia del cambiamento, un tweet alla volta.

E dire che i greci ce lo avevano già spiegato benissimo: il caos non è sinonimo di catastrofe, apocalisse o di gente che assalta i supermercati per fare scorte di tonno in scatola e carta igienica. È piuttosto una distesa di possibilità ancora senza mappe, regole o dogane. Il problema è che noi, ossessionati dal controllo e assai meno pazienti di Socrate, non sopportiamo più l’idea di abitare un mondo che non possiamo governare. Così, siccome il caos non riusciamo né a eliminarlo né a ordinarlo, abbiamo deciso di usarlo. Ed è questa la cifra più sottile del nostro tempo: se non si può portare ordine a casa nostra, tanto vale consegnare il disordine direttamente a domicilio altrui. Il conflitto tra potenze in versione Amazon Prime. Meno nobile, certo. Ma apparentemente molto più pratico.

La Russia è maestra del mestiere. Da anni lavora sulle fratture europee con precisione certosina: propaganda, cyberattacchi, rubli ai populismi da Parigi a Budapest, pressione energetica e disinformazione industriale. Ma Stati Uniti e Cina non sono certo da meno quando si tratta di sabotarsi l’uno l’altro, tra accerchiamenti strategici, ricatti commerciali e riarmi che fanno tremare insieme polsi e bilanci. Ognuno impegnato a rompere le uova nel paniere altrui molto più di quanto riesca a tenere in ordine il proprio.

In questo quadro, perfino le guerre cambiano funzione. Non servono più necessariamente a vincere, ma a mantenere l’avversario abbastanza occupato, stressato, polarizzato e dissanguato da impedirgli di rimettere insieme i propri cocci domestici. Un logorio a fuoco lento, somministrato reciprocamente in dosi misurate, come dimostrano l’Ucraina, il Golfo, Taiwan, il Levante e buona parte delle tensioni che attraversano oggi il pianeta.

Se però l’origine del caos è strutturale, storica e probabilmente inevitabile, è altrettanto vero che oggi trova interpreti particolarmente spregiudicati. Leader che si percepiscono come figure eccezionali di una fase irripetibile, decisi a cavalcare il disordine con la sicumera di chi si è già prenotato un posto nei libri di storia. Convinti che il vecchio mondo sia morto e che soltanto loro abbiano la forza di traghettare il proprio popolo oltre l’imprevedibile tempesta del presente. Una schiera di Mosè contemporanei armati di bastone nucleare, intelligenza artificiale e culto della personalità, in marcia verso una terra promessa che forse non vedranno mai personalmente, ma che certamente porterà il loro nome scolpito sugli archi di trionfo.

Putin è persuaso di star salvando la Russia dalla dissoluzione storica e dall’irrilevanza perpetua; Trump ha deciso di rifondare l’America demolendola pezzo per pezzo; Netanyahu agisce come se Israele fosse costantemente a trenta secondi dalla fine della civiltà e Xi Jinping ha trasformato la Cina in una gigantesca macchina di controllo ideologico, dove ogni purga è pura igiene patriottica. Un esclusivo club del “dopo di me, il diluvio” che negli ultimi anni ha fatto incetta di iscritti - chi prima chi dopo - dall’India all’Argentina, dalla Turchia all’Ungheria, passando per Brasile e Corea del Sud.

Figure diversissime, con obiettivi spesso incompatibili, accomunate però dalla pericolosa convinzione di essere investite di una missione eccezionale, sospesa tra il profetico e il martirio autocelebrativo, purché ben remunerato. Del resto, di fronte alla grandezza del compito - divino o storico che sia - che sarà mai un’elezione persa, una costituzione aggirata o qualche centinaio di migliaia di morti in più? Con il mondo così sottosopra, è perfino possibile che qualcuno di loro riesca davvero nel proprio intento. La storia, come sempre, distribuirà assoluzioni e necrologi a tempo debito. In attesa del verdetto, però, è difficile ignorare il pericolo enorme prodotto da chi usa il caos come strumento politico, finendo inevitabilmente per moltiplicarlo, mentre l’avvento del famoso nuovo ordine latita ancora.

Volendo parafrasare la vecchia massima secondo cui i politici pensano alle prossime elezioni mentre gli statisti alle prossime generazioni, il sospetto è che i nostri “agenti del caos” contemporanei abbiano preso la lezione un po’ troppo alla lettera. Se questo è il prezzo dei nuovi messia, è meglio avere qualche visionario in meno e qualche semplice politico in più