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di Antonio Nastasio*

bergamonews.it, 5 agosto 2024

È imprescindibile che il sistema penitenziario adotti un approccio equilibrato e inclusivo, affrontando le sfide del sovraffollamento con soluzioni che vadano oltre l’espansione delle strutture carcerarie e che comprendano misure alternative, supporto sociale e un risarcimento adeguato alle vittime. Il recente pacchetto-carceri, approvato dal Senato della Repubblica, rappresenta un primo passo verso la soluzione dei gravi problemi di sovraffollamento, disagi e suicidi tra detenuti e personale di custodia, incluso l’ultimo caso di un agente sul muro di sentinella all’Ucciadone. Tuttavia, è evidente che questo nuovo approccio ha ignorato alcune sfide fondamentali, come la mancanza di una vera attenzione alle soluzioni delle pene non detentive, che comprendono benefici legali come le misure previste dalla legge 354/75 aggiornate e contesti di accoglienza alternativi.

Il pacchetto-carceri include misure come la detenzione domiciliare, l’affidamento in prova ai servizi sociali e l’espiazione della pena nelle comunità terapeutiche. Tuttavia, queste misure presenti nella legge 354/75 sono rimaste al disotto del loro potenziale a causa della cronica mancanza di strutture esterne al carcere in grado di garantire un’adeguata accoglienza per coloro che erano privi di supporti esterni, che da una dirigenza prevalentemente carceraria con un pensiero operativo opposto di quello che sovraintende il non carcere.

L’idea di utilizzare caserme dismesse per ospitare i beneficiari di tali misure alternative in quanto privi di ogni risorsa esterna è stata proposta nel passato più volte, dal 1991, ripresa nel 1999 e formalizzata in un progetto nel 2008, una delle poche soluzioni concrete per dare una effettiva e concreta offerta di servizi, poiché queste strutture necessitano di modifiche minime e potrebbero essere ripristinate a costo contenuto da ditte con ex detenuti in misura alternativa che poi vi abiterebbero in attesa di ricostruirsi una vita all’esterno basata sui valori di un lavoro onesto.

Le misure alternative, l’affidamento al servizio sociale art 47OP in particolare, un tempo vanto della Amministrazione Penitenziaria, sono state progressivamente svuotate della loro importanza, in favore di un sistema non detentivo più diretto e appariscente. Questo cambiamento ha inevitabilmente alimentato il sovraffollamento e le difficoltà di gestione delle carceri.

La legge avrebbe potuto e dovuto prevedere una maggiore attenzione alla riconversione delle caserme dismesse non solo come nuove strutture carcerarie per detenuti a basso gradiente criminale, area a sicurezza attenuata, o come sedi per soggetti in misure alternative, garantendo così una reale integrazione nel sistema penitenziario per chi non ha nulla e si ritrova rinchiuso in carcere solo perché povero.

Un’altra criticità inaccettabile riguarda i detenuti con malattie mentali. Gli interventi terapeutici continuano a essere erogati all’interno del carcere, quando invece ospedali dismessi potrebbero offrire soluzioni più adeguate, non violando i principi della legge Basaglia, che si propone di abbattere le barriere per ottenere la guarigione. I muri, in generale, non ostacolano il processo di cura, se trasformanti in strumenti non controproducenti, come lo sono quelli di un normale ospedale, concepiti per curare tutti tanto i civili quanto i detenuti. Se questa soluzione NON era valida per gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), perché non dovrebbe essere applicabile ai settori del carcere, dove sono detenuti i malati di mente, anche se non ufficialmente riconosciuti come OPG?

Un’altra mancanza gravissima della proposta di legge è il trattamento dei detenuti malati terminali. Non poter avere un familiare vicino al momento della morte è una afflizione aggiuntiva inaccettabile e inumana, che contraddice la stessa natura della pena. Inoltre, gli ospedali dismessi potrebbero essere impiegati per ospitare detenuti con problemi di salute non solo mentale, che richiedono cure specialistiche non disponibili totalmente o con fatica all’interno delle carceri o ricorrendo al “ricovero” in ospedali civili con il piantonamento di poliziotti del Corpo della Polizia Penitenziaria, con disagio per gli altri ammalati e umiliazione del malato detenuto.

Un’altra falla nella proposta di legge votata al Senato riguarda la non menzione del concetto di territorializzazione della pena, principio che potrebbe permettere di scontare la condanna presso la propria famiglia o in un carcere all’estero, questo per i cittadini dell’UE.

Il caso di Chico Forti ha aperto una nuova prospettiva per l’esecuzione della pena, quella di avvicinare i detenuti alla propria casa, pur rimanendo sotto l’autorità di un’altra nazione. Applicare questa modalità anche all’interno della propria nazione, permettendo ai detenuti di essere vicini alla propria famiglia, rappresenterebbe un sollievo per i condannati e ridurrebbe la pressione sulle strutture penitenziarie italiane. Questa proposta non rappresenta una violazione della legge, ma una modernizzazione del sistema giudiziario. Essa non contravverrebbe ai dettati costituzionali, poiché non sposterebbe la competenza dal giudice naturale, ma costituirebbe semplicemente una modalità moderna di eseguire una condanna dopo la sentenza di primo grado.

I gradi di appello potrebbero essere effettuati in videoconferenza, facilitando i contatti con il legale e riducendo la pressione nelle carceri e ottenendo in patria i servizi negati per i motivi su riferiti in Italia.

Le sezioni detentive dovrebbero essere considerate non come un fardello, ma come il cuore pulsante del sistema penitenziario. Questi luoghi, spesso percepiti e vissuti come cupi e opprimenti, hanno il potenziale di diventare uno spazio di crescita e trasformazione. Quando le misure alternative non sono possibili per motivi oggettivi, è fondamentale che questi spazi siano gestiti con la massima competenza e dedizione. Ogni cella, ogni corridoio, ogni momento trascorso al loro interno dovrebbe essere un’opportunità per ridare dignità e speranza, per trasformare la pena in un percorso di riscatto.

Il cuore di una persona batte per mantenerla viva; allo stesso modo, le sezioni detentive possono rappresentare il battito vitale di un sistema giuridico più giusto e umano. Con un approccio più attento e compassionevole, questi luoghi possono smettere di essere semplici spazi di contenimento e sevizie per diventare il centro di un sistema di giustizia che non solo punisce, ma rieduca e reintegra. In questo modo, il sistema penitenziario non è solo un luogo di espiazione, ma un faro di possibilità per un futuro migliore.

Il personale di custodia, impegnato nelle sezioni, spesso sottovalutato, necessita di riconoscimento anche economico e abbia in supporto anche esterno, in particolare con l’operatività condivisa con superiori di alti gradi, che vive nelle sezioni, per gestire al meglio le diverse categorie di detenuti. Solo con questa organizzazione è possibile garantire un sistema custodiale più giusto ed efficace e non incorre a comportamenti aggressivi, più per non saper gestire situazioni difficili in contesto di per se violento, che per voluta malvagità, almeno così lo si spera e lo si vuole.

Il risarcimento alle vittime, da parte dei soggetti in misura alternativa, rappresenta un tema critico. Attualmente, si osserva che le misure punitive non detentive tendono a trascurare completamente il risarcimento alle vittime dei crimini, privilegiando una visione umanistica e romantica di risarcire la società. Questo pensiero non risponde alle esigenze di una Giustizia più pragmatica e attenta al dolore di chi subisce danni, sia fisici che morali. Il risarcimento alle vittime dovrebbe quindi diventare una priorità, con rimborsi in denaro, piuttosto che con incontri di mediazione, salvo eccezioni per i familiari delle vittime

Come affermava Michel Foucault, “Non est carceratio simpliciter puniendi, sed et transformandi”. Per realizzare questo obiettivo, è imprescindibile che il sistema penitenziario adotti un approccio equilibrato e inclusivo, coinvolgendo anche gli Enti Locali e il Privato Sociale specializzato, affrontando le sfide del sovraffollamento con soluzioni che vadano oltre l’espansione delle strutture carcerarie e che comprendano misure alternative, supporto sociale e un risarcimento adeguato alle vittime.

*Dirigente superiore Giustizia in quiescenza, Giudice Onorario T.S. Milano non operativo