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di Roberta Merlin

Corriere del Veneto, 29 luglio 2024

“Ora lui si rende conto di quello che ha fatto”. Parla Nicola Turetta, genitore dell’ex fidanzato di Giulia Cecchettin, accusato di averla uccisa l’11 novembre 2023: “Temevo che lui si potesse suicidare”. “Chiedo scusa per quello che ho detto a mio figlio: erano solo tante fesserie. Non ho mai pensato che i femminicidi fossero una cosa normale. Ho fatto quelle affermazioni solo perché temevo Filippo si suicidasse”. Mentre parla Nicola, il padre di Filippo Turetta, il 23enne di Torreglia, da novembre scorso nel carcere veronese di Montorio con l’accusa di avere sequestrato e ucciso l’ex fidanzata Giulia Cecchettin, ha la voce rotta dal pianto. Ieri mattina, è uscito di casa all’alba e si è diretto a piedi verso le campagne che circondano il piccolo paesino di Torreglia, nel Padovano, dove abita con il resto della famiglia.

“Non ho chiuso occhio stanotte. Sto malissimo. Non mi do pace per quelle frasi senza senso che ho rivolto in un momento di disperazione a mio figlio, durante il primo colloquio in carcere - racconta al telefono in lacrime -, non pensavo assolutamente quelle cose. Non credo affatto che i femminicidi siano giustificabili. Assurdo anche solo pensarlo. Non sono frasi da prendere in considerazione, ero, ripeto, confuso e disperato in quel momento”.

Le frasi a cui si riferisce, sono quelle che Nicola rivolge al figlio, il 3 dicembre scorso, quando lui e la moglie Elisabetta Martin incontrano Filippo, per la prima volta, dopo l’omicidio e la fuga in Germania: “Hai fatto qualcosa, però non sei un mafioso, non sei uno che ammazza le persone, hai avuto un momento di debolezza. Non sei un terrorista. Devi farti forza. Non sei l’unico. Ci sono stati parecchi altri. Però ti devi laureare...” afferma Nicola rivolgendosi al ragazzo nella saletta dei colloqui tra detenuti e famigliari nel carcere veronese di Montorio.

Si ricorda di avere pronunciato queste frasi?

“Si, ho detto tutte quelle fesserie. Ma non le pensavo assolutamente. Non sapevo come affrontare mio figlio. Ci avevano riferito che Filippo aveva tentato di togliersi la vita. In quelle settimane a Montorio c’erano stati altri 3 suicidi. Ci siamo trovati davanti a questo ragazzo di 21 anni, tremante, cosa dovevamo fare? Accusarlo di essere una persona orribile, un assassino che merita la morte? Non era quello il momento. Da genitore ho cercato di tenerlo in vita affinché scontasse la sua pena. Erano frasi senza senso, un disperato tentativo di un padre di evitare il suicidio del figlio. Chi non lo avrebbe fatto?”.

Cosa ha pensato quando ha visto che le intercettazioni erano state rese note?

“Ho provato un grande dispiacere insieme ad un infinito imbarazzo. Si trattava infatti di un momento intimo, un colloquio di due genitori con un figlio, fino al giorno prima considerato da noi un ragazzo responsabile, e improvvisamente accusato di essere un assassino. In quegli istanti, non sapevamo come affrontarlo: da un lato è pur sempre tuo figlio, dall’altro non lo riconosci più. Si è presentato davanti a noi tremante, impaurito. Cosa dovevamo fare? È veramente atroce anche trovarsi da genitori in questa situazione”.

Cosa è successo dopo la diffusione di quel colloquio?

“È scoppiata una nuova ondata di odio e indignazione nei confronti di noi genitori. Io e mia moglie avevamo da poco trovato la forza per tornare al lavoro. Questi mesi sono stati difficilissimi. Abbiamo cercato di farci coraggio anche perché abbiamo un altro figlio. Poi c’è Filippo, non lo possiamo abbandonare in carcere, anche se è difficile, siamo pur sempre i suoi genitori. Mettetevi per un secondo nei nostri panni. Ora sono ripartite le trasmissioni televisive che ci giudicano come genitori dando peso a quel disperato colloquio. Si parla ancora di patriarcato e altre sentenze nei nostri confronti. Il tutto per quelle frasi rivolte ad un figlio in carcere in un momento di disperazione”.

La raccomandazione di terminare gli studi e di laurearsi?

“Gli ho detto “ti devi laureare”, non perché mi interessasse, o perché sperassi in un futuro fuori dal carcere per lui. Gli ho dato quel consiglio solamente per tenerlo impegnato e non farlo pensare al suicidio. Era logico che non era una priorità la laurea e che non gli sarebbe servita, visto che dovrà giustamente scontare la sua pena per quello che ha fatto. Ma in quegli istanti ho cercato, ripeto, di evitare un gesto estremo”.

A 7 mesi da quel colloquio, siete riusciti a parlare con Filippo di quanto successo?

“Sì, lui ora si rende conto di quello che ha fatto. Vuole scontare la sua pena. Non ha nessuna speranza o intenzione di sottrarsi alle sue responsabilità”.

Cosa vorrebbe dire a chi la sta giudicando?

“Prima di tutto, che non pronuncerei più quelle parole. Quelle cose non si dicono nemmeno per scherzo. Ma vorrei le persone capissero che in quel momento era un tentativo disperato di un genitore di evitare un suicidio. Ora, provo imbarazzo”.