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di Ilaria Carra

La Repubblica, 13 gennaio 2025

La famiglia del 19enne condanna ogni violenza: “Molti ragazzi nati qui da genitori stranieri hanno scelto di far diventare Ramy un simbolo, ma con la loro rabbia lui non c’entra nulla”. La famiglia Elgaml è appena rientrata dal cimitero milanese di Bruzzano. Ci va ogni domenica, a pregare dal figlio. La madre Farida si china e si siede a gambe incrociate sul letto di Ramy, poi mette la testa sul cuscino. Dice che “così almeno mi tranquillizzo un po’”. Ha la pressione alta, ha appena preso un calmante che le hanno dato sabato al pronto soccorso. Tarek, il figlio maggiore, sta riposando nella camera dei genitori che poi deve andare a lavorare. E il padre Yehia, “Giovanni” in italiano, 61 anni, è di fianco al letto a castello del figlio più piccolo, Ramy, in salotto. Si abbandona sul divano: “Sono stanco, ma voglio dire delle cose”.

Yehia, ci sono stati disordini per le strade nelle manifestazioni per Ramy. Cos’ha pensato vedendo quelle immagini?

“Che è sbagliato. Noi siamo la famiglia di Ramy e siamo molto lontani da tutto questo, non vogliamo che succedano queste cose. L’ho detto cento volte: basta violenze. Non vogliamo questi casini, a nostro figlio non sarebbe piaciuto, era un ragazzo che sorrideva sempre, che amava la vita”.

Ha visto quello che è successo a Bologna, a Roma ci sono stati scontri e feriti...

“Quando ci sono manifestazioni, in tutta Italia, non solo a Milano, io chiedo una cosa: per favore non spaccate tutto nel nome di Ramy. Per favore, dovete, dobbiamo tutti rispettare la legge. Chi va in piazza deve essere pacifico, per la pace. Per la verità. Non deve esserci altra violenza, ma la giustizia, quella sì, quella la vogliamo”.

Cosa si aspetta ora?

“Ho fiducia in tutte le istituzioni. Nel governo, nelle forze dell’ordine, nei magistrati. Quando ho visto i video dell’inseguimento e della caduta di Ramy mi sono arrabbiato, ho sofferto, ma almeno è arrivata metà della verità. Ora aspettiamo l’altra metà, per completarla. E ci penserà la magistratura a svelarla. Chiediamo a tutti di unirsi a noi in questo percorso verso una giustizia vera, ma senza odio”.

Ramy è diventato un simbolo per tante persone, per tanti ragazzi...

“Ramy è diventato un simbolo di un’ingiustizia ma deve essere una lotta pacifica. Marciare, camminare con calma, in pace. Noi è questo che vogliamo”.

Perché la rabbia di tanti ragazzi, molti stranieri e di seconda generazione, ha trovato un simbolo in suo figlio e nella sua vicenda?

“Molti ragazzi sono arrabbiati, lo vedo. Ma Ramy non c’entra con questa rabbia. Quando vai contro gli agenti, che tutelano la sicurezza di noi tutti, sbagli. Non vanno attaccati, ci fanno dormire tranquilli. Ramy è morto per colpa di due o tre carabinieri che hanno sbagliato. A loro chiedo di tornare a essere più gentili. Ma gli altri sono tutti bravi. Non è giusto prendersela con chi ci difende. Ma poi, rabbia per cosa?”.

Secondo lei?

“Non lo so. Viviamo tutti in Italia, sotto l’ombrello dell’Italia. Perché arrabbiarsi? Lo Stato è gentile con tutti, non solo con gli italiani ma anche con noi. Quando vai all’ospedale non fanno differenza, “tu sei italiano, tu sei straniero”, perché siamo tutti uguali, siamo tutti uguali. L’Italia è per me più sicurezza, più giustizia, lo pensavo fin da bambino. Molti ragazzi sono arrabbiati ma Ramy non c’entra. L’Italia siamo tutti noi”.

Ramy si sentiva parte dell’Italia?

“Ramy è cresciuto qui, in Italia, gli piaceva. Ha disegnato e appeso la bandiera italiana sulla porta in casa, non parlava più nemmeno l’arabo. Aveva gli amici qui, il lavoro qui. Non l’ho mai sentito parlare male dell’Italia e degli italiani. Lui viveva qui, gli piaceva stare qui, è morto qui. L’abbiamo lasciato al cimitero qui, perché lui qui voleva stare. Per questo ringraziamo per la solidarietà e la vicinanza ma non per la violenza. Non devono fare cosi per Ramy”.

Cosa voleva fare Ramy da grande?

“Voleva essere famoso”.

In che senso?

“Nel senso che avrebbe voluto comprare una casa più grande, una macchina, aiutare noi, me e sua madre, e già un po’ lo faceva. Ora è diventato “famoso” ma da morto. Ramy è il mio sangue, è la mia aria che respiro, è sempre con me, con noi. Ramy è il mio cuore e ora è morto, e io vivo senza cuore”.

Che appello fa?

“Vorrei dare un messaggio. Ringrazio tutti, ma ringrazio di più chi è pacifico. C’è tanta gente che si mette in mezzo in questa storia, per delle cose loro. Per loro ma non per noi. Non usate Ramy per essere violenti”.