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di Monica Serra

La Stampa, 28 novembre 2024

“Abbiamo il cuore spezzato. Ma ho piena fiducia nei carabinieri, nella polizia e nella giustizia”. Guarda le foto sul cellulare e fa fatica a crederci. C’è Ramy vicino a una piramide, in Egitto, Ramy che sorride in posa coi fratelli, Ramy a Montecarlo a vedere una partita di tennis, ci sono lui e Ramy davanti al Duomo di Milano. Papà Yehia Elgaml è nell’ufficio dell’avvocata di famiglia, Barbara Indovina. Fatica un po’ a spiegarsi: “Mi fa piacere che i miei figli invece parlano un italiano perfetto. Oggi sto un poco meglio di ieri. Mia moglie invece no, ha il cuore spezzato, piange e piange. La mamma è così”.

Sono trascorsi quattro giorni dalla morte di Ramy, che avrebbe compiuto vent’anni il 17 dicembre. Erano le 3,20 di domenica notte quando si è schiantato in scooter su un muretto all’incrocio tra viale Ripamonti e via Quaranta, dove oggi ci sono fiori, foto, messaggi per lui. Il suo amico tunisino Fares Bouzidi, 22 anni, guidava quel TMax senza patente. Non si è fermato a un posto di blocco dei carabinieri. Tra rossi bruciati e strade contromano, lo scooter ha attraversato la città, inseguito da una pattuglia dei carabinieri fino a quell’incrocio. Dall’unico video agli atti dell’inchiesta aperta dal pm Marco Cirigliano per omicidio stradale non si riesce a capire con certezza se, prima dell’impatto, ci sia stato un contatto con la gazzella. Non si sa se abbia visto qualcosa, ma sarà raccolta a breve la testimonianza del titolare di un chiosco di panini che era proprio a un passo da quel muretto. La procura stessa invita chiunque abbia un video utile di farsi avanti.

Nel frattempo però ci sono state rivolte al Corvetto, il quartiere dove Ramy è cresciuto, alla periferia sud della città. Ci sono stati cassonetti bruciati, estintori svuotati, bottiglie lanciate sulla polizia, l’assalto a un bus della linea 93, per cui è stato arrestato un ventunenne montenegrino. C’è stata rabbia e fuoco, tra polemiche politiche e discussioni sulla sicurezza, con il ministro Matteo Salvini che parla di “emergenza nazionale”. A tutta questa violenza ora papà Yehia vuole dire: “Basta! Il Corvetto è casa mia, la mia zona, ci vivo io, ci vive la mia famiglia. Neanche Ramy avrebbe voluto questo, era un ragazzo buono. Quelli che fanno casino non conoscono Ramy, non facevano parte della sua vita”.

Signor Elgaml, ha fatto un appello per chiedere di mettere fine alla rivolta...

“Non mi sono piaciute tutte quelle violenze. Ho parlato con gli amici di Ramy, gli ho mandato un messaggio, ma non sono loro le persone che hanno protestato”

Che cosa gli ha detto?

“Quelle violenze sono contro la verità per Ramy, non vanno bene. Gli ho detto basta casino contro la polizia italiana. Io ho fiducia nella polizia, nei carabinieri, nella giustizia, nel mio avvocato. So che la verità verrà fuori. Ho sempre rispettato la legge italiana e quando vado al letto dormo tranquillo”.

Che ricordi ha di Ramy?

“Gli dicevo che è il mio cuore: Voglio bene a tutti i miei figli ma a lui di più. Ho vissuto con lui molti più anni rispetto agli altri miei figli. Ne avevo quattro. Due hanno famiglia e sono rimasti in Egitto”.

Da quanto tempo è in Italia?

“Sono arrivato nel 2007, 17 anni fa. All’inizio ero andato a vivere con mia cognata a Torino. Lavoravo come operaio nell’edilizia. Sognavo di venire qui da quando avevo 10 anni, per me è il Paese più bello del mondo”.

Quando l’ha raggiunta la sua famiglia?

“Nel 2013, avevo paura per le rivolte in Egitto e li ho fatti venire qui. È venuta mia moglie, mio figlio Tarek e Ramy che aveva 8 anni. Da quando ci sono loro, siamo sempre stati al Corvetto”.

Ramy era felice qui?

“Molto. Lui si sentiva più italiano che egiziano. Parlava benissimo l’italiano, non tanto bene l’arabo. Mi chiedeva sempre la traduzione delle parole: “Come si dice mele? Come si dice anguria?”“

Che figlio era?

“Rideva sempre, era un ragazzo simpatico. Si attaccava al cellulare anche quattro ore, quando c’era la partita Inter-Milan la vedevamo insieme. Lui tifava la Juventus e giocava a calcio con gli amici. Era bravo”.

Quando ha deciso di lasciare la scuola?

“Dopo la terza superiore mi ha detto io vado a fare l’elettricista con Giovanni. Noi lo conoscevamo, gli ho detto va bene. Era contento di lavorare e di avere i suoi soldi”.

Oggi le ha telefonato il sindaco, Giuseppe Sala?

“Si, ha parlato con mio figlio Tarek, ci ha fatto le condoglianze e ci ha ringraziati per aver chiesto di smetterla con le violenze. Ci ha invitati in Comune. Io non voglio proteste, per mio figlio voglio organizzare una manifestazione pacifica. L’ho detto ai suoi amici”.

Cosa è successo domenica notte?

“Davvero non lo so. Ramy per me era tutto il mondo. Era un ragazzo sorridente, si vestiva bene, con i pantaloni, le scarpe firmate. Era simpatico e gentile con la mamma”.

Secondo lei perché lui e il suo amico sono scappati dai carabinieri?

“Non guidava lui, ma il suo amico. Aveva fatto un ultimo video alla fidanzata, quella sera era il suo compleanno. Rideva e aveva il casco. Forse il suo amico è scappato perché non aveva la patente, si è preso paura. Anche io voglio sapere cosa è successo”.

Come ha saputo dell’incidente?

“Alle 5 del mattino domenica hanno suonato alla porta due amici di Ramy. Mi hanno detto che era in ospedale, al Policlinico. Quando sono arrivato c’era tanta gente che piangeva. Ho chiesto: “Ramy è morto?” Quando mi hanno detto di sì, sono caduto, non avevo la forza. Quando l’ho visto non capivo niente”.

Quali sono le ultime parole che le ha detto Ramy?

“Sabato sera, prima di uscire era contento. Mi ha detto: papà vado con gli amici. Gli ho detto per favore non tornare tardi. Mi ha detto certo, alle due, le tre torno a casa. E alle tre stava tornando. Non è ancora arrivato. Non arriva più”.