di Pierpaolo Lio
Corriere della Sera, 9 gennaio 2025
Yehia Elgaml ha guardato il video dell’inseguimento: “Sono stati gli ultimi trenta secondi quelli che mi hanno fatto male. Ho sentito quelle parole dei carabinieri, quelle brutte parole”. Yehia Elgaml ha la voce sicura, mentre parla nella sua casa al Corvetto, quartiere alla periferia di Milano. E gli occhi gli si inumidiscono solo quando ricorda la prima volta in cui ha visto, nello studio del legale della famiglia del giovane Ramy, il 19enne morto all’alba del 24 novembre al termine di un inseguimento con i carabinieri lungo otto chilometri, quel video sugli ultimi minuti di vita di suo figlio (qui il comandante provinciale dei carabinieri: “Forniti anche i video realizzati con una dashcam privata, piena fiducia nella magistratura”).
Cosa ha provato vedendo quegli istanti sul monitor?
“Sono stati gli ultimi trenta secondi quelli che mi hanno fatto male. Guardandoli, mi sono molto arrabbiato. Anche di più del giorno della morte di Ramy”.
Come mai?
Il padre di Ramy, egiziano di 61 anni, da 18 in Italia, Paese d’adozione che considera “il mio primo Paese”, indica con le dita gli occhi.
“Perché ho visto mio figlio morire davanti ai miei occhi. Ho visto mio figlio a terra, la macchina così attaccata al motorino. Ero con la mia famiglia a guardarlo. L’avvocato ci ha avvisato: “Volete vederlo”?”. Sì, abbiamo risposto. Mia moglie è scoppiata a piangere. Urlava: “Perché è successo questo a mio figlio? Perché non si sono fermati?”.
Si blocca per un attimo. Quindi aggiunge: “E poi...”.
E poi?
“E poi ho sentito quelle parole dei carabinieri, quelle brutte parole. “Chiudilo, chiudilo”. È “caduto? Bene”. Ma come, “bene” (i commenti in radio di un altro equipaggio dei militari coinvolto nell’inseguimento, ndr). Come si può dire questo? Ma queste persone non hanno dei figli? Io, il mio, vado tutti i giorni a trovarlo dove è sepolto. Però, lo so bene che i carabinieri non sono tutti così, non sono tutti uguali. Questi che hanno parlato così hanno sbagliato, ma - ripeto - non sono tutti uguali, ci sono tantissimi bravi carabinieri”.
Cosa si aspetta adesso?
“Ora io sono contento, possiamo dormire, perché la verità sta venendo a galla. Io ho fiducia nella giustizia italiana, nei giudici, anche nei carabinieri”.
C’è chi chiede l’accusa di omicidio volontario. Lei cosa ne pensa?
“Questo lo decideranno i giudici. Aspettiamo. Io so che il ragazzo che era alla guida ha sbagliato a non fermarsi. Ma Ramy non c’entrava nulla. I carabinieri potevano fare anche altro. Perché seguirli per venti minuti? Potevano prendere la targa e andarli a prendere dopo a casa”.
Lei, nei giorni successivi all’incidente s’era speso per placare i disordini che per tre notti avevano incendiato il Corvetto. Teme che questo video possa riaccendere gli animi?
“No. E comunque l’ho detto anche questa volta agli amici di Ramy. In molti mi hanno chiamato: erano contenti. “Verità per Ramy”, mi dicevano. Io l’ho ripetuto a tutti: dovete stare calmi e tranquilli, non fate casino. Avete visto: bisogna avere fiducia. Ora dobbiamo aspettare perché sia fatta tutta la verità”.









