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di Sabino Cassese

Corriere della Sera, 21 dicembre 2024

Più il litigio prende il posto del conflitto, più si bisticcia per attirare l’attenzione (i titoli preferiti da alcuni media evocano la bufera, lo scontro e il duello), più si può fare a meno di proposte politiche e di programmi. Tra gli stranieri che conoscono l’Italia è diffusa l’idea che gli abitanti della penisola abbiano un’immagine distorta del loro Paese e che, quindi, la politica italiana sia una politica dell’irrealtà. Questo difetto ottico si declina in due modi: il primo riguarda la percezione collettiva della situazione italiana, il secondo attiene al modo sbagliato in cui opposizione e maggioranza interagiscono.

Un esempio di percezione collettiva errata della realtà riguarda la criminalità. Secondo una narrazione distorta, il Paese sarebbe dominato da omicidi e da altri delitti. Invece, le statistiche del ministero dell’Interno e dell’Istituto nazionale di statistica mostrano che gli omicidi sono diminuiti di circa il 10% nell’ultimo anno, che la loro incidenza sulla popolazione si riduce, che l’Italia è uno dei Paesi della Ue con incidenza di omicidi più bassa. Invece, gli italiani prestano scarsa attenzione alla “compliance”, all’osservanza delle norme, che è particolarmente bassa. Basti riflettere che un terzo delle multe degli enti locali non è pagato, che questa percentuale sale fino alla metà nel Mezzogiorno e che l’evasione dal pagamento di tariffe, canoni e imposte locali oscilla tra il 7 e il 17%.

L’interazione tra i partiti di maggioranza e minoranza, a sua volta, si svolge su temi di facciata. Ad esempio, nel corso della discussione sul bilancio, ha conquistato lo spazio pubblico la questione del riconoscimento delle diarie e del rimborso spese per 18 membri del governo che non sono parlamentari. Ma senza che ci si rendesse conto che i tre milioni annui di spesa aggiuntiva costituirebbero meno dello 0,00035% delle spese finali dello Stato. Un altro esempio è costituito dalle pene proposte per chi occupa abusivamente immobili pubblici o di proprietà altrui, che è stato interpretato come sintomo di una deriva autoritaria, mentre va letto semplicemente come un richiamo al rispetto del diritto di proprietà sancito dall’articolo 42 della Costituzione.

Quali sono le cause dell’immagine distorta del Paese, per cui le vicende reali non si incontrano con il racconto che emerge dalla politica e induce al piagnisteo e agli atteggiamenti pessimistici? C’è, in primo luogo, l’obsolescenza o la parziale obsolescenza dei due grandi protagonisti dello spazio pubblico del ‘900, partiti e media, che esercitavano una funzione di filtro e di grandi educatori, perché riuscivano a descrivere ciò che accadeva e a spiegare il senso degli eventi, mentre il “web” fornisce a volte un’informazione non filtrata né interpretata. Se sono poche le persone che consultano i dati dell’Istat (la cui denominazione fu, nel 1989, saggiamente trasformata da Istituto centrale in Istituto nazionale di statistica), finisce che le opposizioni rimangono prigioniere degli stereotipi e della narrazione distorta della realtà. Gli stessi dibattiti di parlamentari mostrano, a volte, di ignorare persino ciò che passa per il Parlamento, cioè leggi, decreti leggi e decreti legislativi.

L’effetto di questo stato di cose è grave perché più il litigio prende il posto del conflitto, più si bisticcia per attirare l’attenzione (i titoli preferiti da alcuni media evocano la bufera, lo scontro e il duello), più si può fare a meno di proposte politiche e di programmi. Così Paese e politica non sono in sintonia, come dimostrato dalla diminuzione degli elettori e dalla scomparsa dei partiti-associazioni. I temi che contano per il futuro degli italiani, per formare l’opinione pubblica e alimentarne il dibattito- i cambiamenti in corso dei sistemi di reclutamento nei servizi pubblici, le trasformazioni profonde che sta subendo il sistema universitario, le carenze organizzative, prima ancora che finanziarie, del servizio sanitario- non sono presenti sia nel dibattito politico, sia nello spazio pubblico.

I due piani, quello della politica sul palcoscenico e quello della gestione della macchina del potere pubblico, dietro le quinte, sono separati. Lo stesso ruolo degli intellettuali, quello di suscitatori di dubbi e di guida ai lati nascosti del potere, diventa difficile. Del vuoto che così si produce si impadroniscono movimenti estemporanei, quale è stato quello grillino. Italo Calvino, nel “Barone rampante” osservava che “viviamo in un Paese dove si verificano sempre le cause, non gli effetti”. Dovremmo oggi aggiungere che spesso si verificano anche gli effetti, senza che vi siano cause.