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Il Mattino di Padova, 13 aprile 2015


"Per il vostro bene vi chiedo di cambiare vita": è l'appello che Papa Francesco lancia, nella Bolla di indizione del Giubileo, agli uomini e alle donne che appartengono a un gruppo criminale, qualunque esso sia. "Ve lo chiedo nel nome del Figlio di Dio che, pur combattendo il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore". Le parole del Papa ci ricordano che non ci sono persone condannate a essere "cattive per sempre".

Anche se così si sentono i detenuti della sezione di Alta Sicurezza di Padova, che sta per essere smantellata: per loro e per le loro famiglie si tratta di una terribile mazzata, perché a Padova ci sono, a detta di tutti, condizioni molto più umane. Quelle che seguono sono le testimonianze di detenuti che, dopo anni passati in carceri di massima sicurezza lontano dalle famiglie, sono arrivati a Padova, dove sono riusciti a ricostruire i legami spezzati e a dare un senso alla loro carcerazione, ma ora pare che chiuderanno davvero la sezione di Alta Sicurezza, e chi vi è rinchiuso verrà trasferito, a Parma, a Sulmona, a Asti, a Opera, in Sardegna, e perderà di nuovo quel po' di umanità che aveva ritrovato.

 

Qui a Padova ho incominciato a pensare, a sognare, e soprattutto a sperare

 

Mi chiamo Giuseppe Zagari e da circa cinque anni mi trovo in questo istituto di Padova dove ho intrapreso un percorso molto importante nella redazione di Ristretti Orizzonti, mettendomi in gioco e facendo autocritica del mio poco piacevole passato. Ora sento dire che la sezione in cui mi trovo sarà chiusa e tutti i detenuti saranno tradotti. Non so, per questo mi domando e vi domando, cosa deve fare un uomo per dimostrare che non è più ciò che è stato un tempo? che le sue vedute vanno oltre a quelli che sono i limiti che lo caratterizzavano fino a quando non ha finalmente incominciato a vedere un barlume di speranza grazie al percorso citato?

Durante alcuni convegni sono intervenuto dando testimonianza della mia storia umana e giudiziaria, cosa non facile visto l'ambiente in cui mi trovo, ma grazie a Ristretti Orizzonti sono riuscito a esternare ciò che non avrei mai potuto fare se non mi fosse stata data questa possibilità. Ho incominciato a pensare, a sognare, e soprattutto a sperare, dando a mia volta speranza alla mia famiglia che da ormai ventiquattro anni mi segue in questo inferno senza fine.

Il rammarico più grande non è di per sé la fine di questo mio percorso, ma la delusione che darò ancora una volta alla mia famiglia. Certo ciò non dipende da me, ma mi sento comunque responsabile di dare ancora una volta prova dei miei fallimenti.

Non solo io ho creduto che la giustizia possa in qualche modo venire incontro a chi dopo tanti anni di solitudine e pene varie abbia intrapreso una via diversa, ma anche la mia famiglia, viste le possibilità che si sono presentate in questo istituto, ha incominciato ad avere un po' di pace nel cuore. Sarebbe un nuovo trauma per i miei cari vedermi catapultato in un altro pozzo senza fondo.

 

Giuseppe Zagari

 

Ancora una volta condannato

 

Sono Tommaso Romeo e sono detenuto ininterrottamente dal 27 maggio del '93. Il mio fine pena è 9999. Da giugno del 2009 mi trovo nella casa di Reclusione di Padova, nella sezione AS1, dove sono arrivato dopo aver trascorso sedici anni di carcere, di cui otto sottoposto al regime del 41 bis. In quei sedici anni non avevo mai incontrato un giudice di sorveglianza, ammetto che allora vedevo tale figura come un nemico, e per quanto riguarda gli educatori e i volontari, non solo non li avevo mai incontrati, ma nemmeno sapevo della loro esistenza. Esco dal regime del 41 bis che avevo perso l'affettività della mia famiglia per colpa di quel maledetto vetro che ai colloqui mi toglieva la possibilità di dare una carezza alle mie figlie. Mia moglie cade nell'inferno della depressione.

Arrivo nel 2009 a Padova con dentro un bel po' di rabbia, ma subito ho il colloquio con l'educatrice che mi consiglia di iscrivermi all'università e così faccio, anche se avevo grande difficoltà, non riuscivo più a esprimermi dopo il lungo periodo di isolamento del 41 bis; mi ha aiutato molto pure l'incontro con i volontari, quel poco tempo che dialogavo con loro mi aiutava ad avvicinarmi alla società esterna. Anche la possibilità di telefonare una volta a settimana ai miei familiari e poterli riabbracciare ai colloqui mi ha dato molta serenità. Comincio allora ad avere un'altra visione, così mi decido a fare la prima richiesta a conferire con il giudice di sorveglianza, in poco tempo accetto volentieri il reinserimento, tanto che quando mi viene proposto di partecipare al gruppo di discussione di Ristretti Orizzonti e al corso di scrittura accolgo con gioia questa proposta, adesso sono tre anni che frequento queste due attività che mi hanno aiutato ancora di più a riavvicinarmi alla società esterna, sono riuscito a superare gli strascichi lasciatimi dal lungo periodo del 41bis tanto da dare due esami all'università. Dopo quasi ventitré anni di carcere finalmente sono arrivato a buttare via tutta la mia rabbia e vedo il mio futuro passo dopo passo verso la speranza di uscire da uomo sereno e cambiato, ma invece arriva la notizia di questo trasferimento. Se accadesse ciò significherebbe perdere, oltre alla speranza, tutto il percorso di reinserimento, e la mia paura più grande è di ritornare indietro di vent'anni pieno di rabbia e senza un futuro.

 

Tommaso Romeo

 

L'esperienza di Ristretti Orizzonti per un detenuto di una sezione di Alta Sicurezza

 

Qualche volta, mentre mi recavo al passeggio, volgevo lo sguardo verso quel corridoio, dove c'è la redazione di Ristretti Orizzonti, la mia era più che altro una curiosità. Volevo capire, ma per quanto uno possa avere anche una fervida fantasia, non potrebbe minimamente immaginare cosa c'è dentro quel piccolo grande mondo.

Io provenivo dal carcere di Milano Opera, dove nel circuito dell'Alta Sicurezza non era consentito nessun tipo di attività, si doveva stare in cella venti ore al giorno chiusi. Ma a dirla tutta in questi ventinove anni di carcere non c'è stata una grande differenza tra gli innumerevoli istituti in cui sono stato detenuto. Eccetto Padova!

Arrivare nel carcere di Padova è stato come se mi avessero catapultato in un altro mondo. Purtroppo è così, anche le cose più semplici ti sconvolgono quando vivi in un ambiente chiuso, e vieni a essere plasmato da quell'ambiente, e proprio i fattori ambientali prevalgono soprattutto in situazioni di costrizione, e ti annullano, nel senso che non riesci a vedere oltre.

In maniera diametralmente opposta è stato l'approccio nel carcere di Padova. Infatti, a parte i vari corsi frequentati e l'aver ripreso gli studi universitari, la vera svolta è stata quella di essere stato autorizzato a far parte della redazione della rivista "Ristretti Orizzonti".

È un'esperienza per davvero notevole sia sotto il profilo personale sia sotto il profilo relazionale. Giorno dopo giorno scopro nuove dimensioni.

Un momento di grande importanza sono le riunioni di redazione, dove si discutono i temi da affrontare poi sulla rivista. Ci si confronta nel rispetto della libertà di opinione, qualunque essa sia trova sempre il suo spazio. Questo tipo di organizzazione ti accompagna a farti accettare l'altro in ogni sua dimensione, un approccio che non trova facilmente riscontro all'interno del carcere, proprio perché il carcere ha delle sue dinamiche difficili da rimuovere, mentre in quello spazio sembra la cosa più naturale che possa esserci, come d'altronde dovrebbe essere affinché si possa sperare che il carcere svolga la sua funzione rieducativa.

Il momento più coinvolgente è l'incontro con gli studenti previsto dal progetto "Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere", durante il quale, a parte il confronto che si ha con i ragazzi, c'è sempre un profondo momento di riflessione. È inevitabile, poiché avere di fronte decine di studenti che ascoltano e chiedono ti rende responsabile anche della loro formazione culturale. Una situazione per davvero strana, coinvolgere in un compito così oneroso chi rappresenta nell'immaginario collettivo quella parte di società considerata "peggiore per sempre". Ecco che ti trovi davanti a un mondo nuovo, quel mondo che non potevo mai immaginare che si celasse proprio nelle stanze di quel corridoio cui volgevo sempre il mio sguardo. Un corridoio di un carcere!

Nella redazione non mancano gli incontri con personalità della società civile, sono spazi di cultura che ti arricchiscono in tutti i sensi. Ultimamente ne abbiamo avuto uno con l'ex direttrice del carcere di Bollate, Lucia Castellano, in cui lei ha definito la redazione di Ristretti Orizzonti "la goccia cinese" che cade inesorabile sulla testa dell'amministrazione, ovvero una specie di tortura. Una tortura per chi non vuole capire il lavoro, le rivendicazioni, gli obiettivi e le finalità utili per cambiare la vita delle persone detenute. Ma anche una tortura per chi difende il pregiudizio, il sospetto e l'ignoranza.

In quella "goccia" ho la fortuna di esserci anch'io: è un onere dal quale non vorrei esimermi... e speriamo che me la cavi riuscendo a restare a Padova!

 

Giovanni Donatiello