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di Francesco Merlo

La Repubblica, 9 settembre 2022

Caro Merlo, non so dirlo bene, ma mi ha fatto arrabbiare il Papa quando ha detto: “nelle carceri tante persone si tolgono la vita, a volte anche giovani, e l’amore di una madre può preservare da questo pericolo. La Madonna consoli tutte le madri afflitte per la sofferenza dei figli”. Le mamme? La Madonna? Ma la smetta, Santità. Ho pensato a Rita Bernardini che almeno è in sciopero della fame dal 16 agosto per svegliare non le mamme, ma il governo. Quanti dei 59 suicidi sarebbero vivi se avessero avuto più spazio, un telefono, un computer, un lavoro esterno, un’attenzione per le loro fragilità…? Mi è tornata in mente l’ultima pagina di Camus che non rileggevo da tantissimi anni e chissà cosa dicono le mamme di quel “disturbato” che si è impiccato con i calzoni e di quella ragazza che ha inalato il gas del fornellino.

Si sono inflitti da soli l’esecuzione, boia di sé stessi, privati persino dell’esibizione del risentimento, di quel gusto aspro che, con l’ultimo respiro, difende e celebra la vita. Nessuno ha il diritto di provare pietà per loro.

“Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta ad augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”. I condannati italiani al suicidio non possono permettersi parole così. Possono solo sottrarsi, scomparire, e nient’altro.

Lucia Marozzi (ma non è il mio nome vero)

Non provo nemmeno a rabbonirla, cara signora. Dicono che il silenzio è la maniera migliore di rispettare i morti. Ma la verità è che, come le vittime del Covid, i suicidi delle carceri italiane non hanno diritto al “coccodrillo” né alla colonna di amabile prosa funeraria che i quotidiani consacrano agli scomparsi, ma solo alla pietà della prediche papali che lei respinge, forse con troppa rabbia, e alle astrazioni dei sociologi liberali che aggiornano i loro dossier (totale morti 110, nel 2021: 148, nel 2020: 154; e poi gli istogrammi per età e sesso).

Tengono sotto sorveglianza il fenomeno come si tiene sotto sorveglianza il pentolino che scalda al fuoco e intanto il sovraffollamento delle carceri con annessi suicidi è diventato un ozioso genere giornalistico che strizza l’occhio ai radicali e al quale ogni tanto offriamo tutti un contributo come fra gli aztechi si facevano i riti propiziatori.

È evidente che le carceri sono uno scandalo politico e architettonico che non riguarda i sentimenti e che nessuno vuole davvero risolvere. Per il famoso Pnrr, tra tante idee buone, sono stati presentati progetti mattoidi, atolli esagonali, isole artificiali, idrovie e idroscafi a iperguida turbolaser, e strade, strade, strade.

L’Italia ha bisogno di una grande riforma carceraria che ovviamente cominci con l’edilizia, la manutenzione, la distruzione e la ricostruzione, gli ampliamenti, le forme attraverso le quali passa la sostanza. C’è un modello che funziona: Bollate. Studiamolo, perfezioniamolo, moltiplichiamolo: dieci, cento, mille Bollate. Nessuno riuscirà mai ad abolire i suicidi né in carcere né fuori, ma forse un giorno l’Italia, con il suo Papa, si riprenderà il diritto di piangerli con dignità.