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di Piero Sansonetti

L’Unità, 18 aprile 2025

Uno ascolta il ministro Nordio che affronta il problema delle carceri spiegando che risolverà il sovraffollamento con dei container di metallo che diventeranno le nuove celle. Poi lo sente di nuovo rispondere con un no secco alla richiesta di amnistia avanzata non da “Nessuno tocchi Caino” - che, si sa, sono estremisti… - ma dall’Anm, cioè dai magistrati. E pensa: è finita. Però qualche giorno dopo viene tirato giù dalla torre d’avorio, perché c’è un signore vestito tutto di bianco, molto malato, 88 anni, cattolico, che il Giovedì Santo invece di andare a trovare l’imperatore va a regina Coeli, chiede scusa ai prigionieri perché il suo fisico non gli permette di inginocchiarsi, e poi pronuncia questa frase fantastica, poetica, politica nella sua essenza profonda: “Mi chiedo, perché loro e non io?”.

Non si limita ad un atto di misericordia, di solidarietà, di amore. Più drammaticamente, con la leggerezza del suo stile, chiede alla politica a che cosa serve la prigione. E propone di abolirla. Non si può interpretare in nessun modo quella frase. Il papa si considera colpevole esattamente come il più feroce dei prigionieri. Che abisso morale con l’establishment. Ronald Reagan ricordo, qualche settimana prima di concludere il suo mandato, andò a Berlino e gridò, sotto il muro: “Mister Gorbaciov, tear down this wall”. Tira giù questo muro. Gorbaciov lo ascoltò. Bergoglio ha ripetuto quel grido: “Signora Meloni, tiri giù queste sbarre”. Non so se lo ascolteranno.

Nuova uscita del giovedì santo per papa Francesco, questa volta nel pomeriggio, in macchina, per recarsi nel vicino carcere romano di Regina Coeli, dove era già stato sempre nel giovedì santo ma del 2018. In quell’occasione aveva celebrato la messa in Coena Domini con il tradizionale rito della lavanda dei piedi. Molto più breve il passaggio di quest’anno a causa della convalescenza ancora in corso e tutti i tempi sono stati anticipati. Nel primo pomeriggio il Papa è arrivato sulla 500 bianca con i vetri oscurati, è stato accolto dalla direttrice, Claudia Clementi, e dal personale del carcere. È entrato direttamente nella rotonda centrale dove erano radunati circa 70 detenuti per un breve momento di preghiera e di saluto. È stato salutato con un’ovazione: dalle celle si sentivano fino in strada le grida dei detenuti: “Francesco Francesco”, alternate con “Libertà Libertà”. Papa Francesco ha espresso il suo desiderio di essere presente tra i detenuti: “A me piace fare tutti gli anni quello che ha fatto Gesù il Giovedì Santo, la lavanda dei piedi, in carcere”. E ha aggiunto: “Quest’anno non poso farlo, ma posso e voglio essere vicino a voi. Prego per voi e per le vostre famiglie”.

“Vivrò la Pasqua come posso”, ha detto Francesco rispondendo ai giornalisti all’uscita dal carcere. E a una successiva domanda su come trascorrerà questa Pasqua, ha risposto: “Come posso”. Poi di nuovo una considerazione: “Ogni volta che entro in un posto come questo mi domando perché loro e non io”. Era il 26 dicembre 2024, pochi mesi fa, quando Papa Francesco ha aperto la Porta Santa del Giubileo nel carcere romano di Rebibbia. In quell’occasione aveva celebrato la messa ed incontrato personalmente alcuni detenuti. Nell’omelia aveva ribadito la necessitò di non perdere la speranza. Ed anche in quell’occasione, parlando poi con i giornalisti, aveva commentato: ogni volta mi domando perché loro e non io.

All’indomani dell’inizio del Giubileo, a Rebibbia aveva detto che “è un bel gesto quello di spalancare, aprire: aprire le porte. Ma più importante è quello che significa: è aprire il cuore. Cuori aperti. E questo fa la fratellanza. I cuori chiusi, quelli duri, non aiutano a vivere. Per questo, la grazia di un Giubileo è spalancare, aprire e, soprattutto, aprire i cuori alla speranza”. E subito dopo: “A me piace pensare alla speranza come all’àncora che è sulla riva e noi con la corda stiamo lì, sicuri, perché la nostra speranza è come l’àncora sulla terraferma. Non perdere la speranza. È questo il messaggio che voglio darvi; a tutti, a tutti noi. Io il primo. Tutti. Non perdere la speranza. La speranza mai delude. Mai. Delle volte la corda è dura e ci fa male alle mani … ma con la corda, sempre con la corda in mano, guardando la riva, l’àncora ci porta avanti. Sempre c’è qualcosa di buono, sempre c’è qualcosa che ci fa andare avanti”.

Il tema della speranza era presente nella prima visita a Rebibbia, il giovedì santo del 2018. In quell’occasione c’era stata la messa e l’omelia, e poi al termine dei saluti, papa Francesco aveva voluto rivolgere di nuovo la parola a tutti i detenuti. “Ci sono le difficoltà nella vita, le cose brutte, la tristezza - uno pensa ai suoi, pensa alla mamma, al papà, alla moglie, al marito, ai figli … è brutta, quella tristezza” - aveva detto. “Ma non lasciarsi andare giù: no, no. Io sono qui, ma per reinserirmi, rinnovato o rinnovata. E questa è la speranza. Seminare speranza. Sempre, sempre. Il vostro lavoro è questo: aiutare a seminare la speranza di reinserimento, e questo ci farà bene a tutti. Sempre. Ogni pena dev’essere aperta all’orizzonte della speranza. Per questo, non è né umana né cristiana la pena di morte. Ogni pena dev’essere aperta alla speranza, al reinserimento, anche per dare l’esperienza vissuta per il bene delle altre persone”.