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di Giuseppe Ariola

L’Identità, 23 marzo 2025

Il livello del sovraffollamento carcerario, il principale responsabile della drammatica situazione in cui versano i penitenziari italiani, è un problema dibattuto da anni che ciclicamente torna centrale nell’agenda politica. Viene definito come un’emergenza ed effettivamente lo è, ma a differenze di tutte le altre emergenze ha un tratto decisamente peculiare, ha perso il carattere della straordinarietà. Governi sostenuti da maggioranze di diverso colore politico, negli anni, sono stati costretti ad affrontare la questione dell’invivibilità delle strutture detentive, anche su impulso del Quirinale, eppure il problema del sovraffollamento carcerario - e tutto ciò che ne consegue a cascata - è sempre lì, nonostante le varie misure tampone messe in campo di volta in volta che, come è del tutto evidente, non hanno funzionato.

Per provare a capire il perché, abbiamo spostato l’attenzione dagli interventi messi in atto da governi e Parlamento concentrandoci sull’altra parte del campo, su chi tocca con mano quotidianamente questo problema, dai detenuti, agli agenti penitenziari, al mondo del volontariato attivo nelle carceri, passando per chi ricopre un ruolo istituzionale come garante dei detenuti. Ne è emerso un quadro desolante, soprattutto perché è apparso immediatamente lampante che il problema principale è rappresentato dal fatto che il quadro normativo teso a diminuire la presenza di detenuti in carcere è ampiamente inattuato. Una circostanza che vanifica ogni nuovo sforzo in tal senso. Innanzitutto, ci sono norme che vengono puntualmente disattese, su tutte quella che fissa a 70 anni il limite di età per la detenzione carceraria.

“Ho visto entrare in prigione persone di oltre 80 anni, magari per scontare una pena di soli 6 o 7 mesi”, ci ha raccontato una volontaria a Regina Coeli. Ma è su tutto il circuito delle misure alternative, quello che davvero potrebbe far respirare i penitenziari, che si registra il vulnus più grave. La criticità principale è la mancanza di reali opportunità sociali in grado di garantire l’espiazione della pena al di fuori delle mura delle celle. Anche se la legge le prevede, mancano dunque tutte quelle realtà di accoglienza esterna necessarie affinché un magistrato possa firmare l’ordine di forme detentive alternative.

Suona paradossale, ma uno dei maggiori problemi è rappresentato dal fatto che banalmente molti detenuti, o perché hanno perso tutto, o perché abbandonati dalle proprie famiglie, non hanno alcun indirizzo di residenza da segnalare. Un cavillo burocratico che suona come una barbarie. Tanto più alla luce del fatto che solamente il 15% della popolazione carceraria (il 16 se si considera quella straniera) è allocata in circuiti di alta sicurezza che non prevedono la possibilità di accedere a programmi di detenzione al di fuori dei penitenziari.

La restante parte, invece, potrebbe avvalersi di forme detentive alternative, almeno dopo un certo lasso di tempo trascorso in carcere, se solo ne avesse la possibilità. Possibilità, invece, puntualmente negate che determinano un continuo aggravarsi della situazione. A partire dai suicidi in cella e non solo.

Se, come ci ha raccontato un ex detenuto, “scendere dal terzo piano di una branda rischiando di atterrare addosso a un compagno di cella, per andare in bagno a 50 centimetri dalla cucina alla lunga ti fa venire la voglia di legare le lenzuola alle grate”, lo stesso vale per gli agenti, ovunque sotto organico rispetto al numero di detenuti. Possibile che proprio con chi è giustamente punito per aver violato la legge lo Stato non si preoccupi di rispettare le regole?