di Fabio Pelini
abruzzosera.it, 14 giugno 2026
Via Arenula sostiene candidamente che i frigoriferi “risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento”. Il cortocircuito logico è a dir poco imbarazzante. Lo Stato ammette apertamente di avere un problema gravissimo e strutturale - il sovraffollamento delle celle, che in Italia ha raggiunto livelli cronici e incompatibili con i diritti umani fondamentali - ma, invece di risolvere la piaga alla radice, decide di punire i detenuti confiscando loro l’unico strumento che rendeva quella reclusione di massa appena più tollerabile. È la quintessenza del paradosso burocratico: siccome vi abbiamo stipato in spazi troppo piccoli, vi togliamo anche il frigorifero per fare “razionale gestione degli spazi”. Come curare la febbre rompendo il termometro.
C’è una strana concezione della dignità umana dalle parti del Ministero della Giustizia: a quanto pare, segue l’andamento delle stagioni. Solo pochi mesi fa, in vista dell’emergenza caldo, la distribuzione dei frigoriferi negli istituti penitenziari veniva sbandierata ai quattro venti come una grande conquista di civiltà. Un segnale tangibile di attenzione verso chi è costretto a vivere dietro le sbarre in condizioni termiche disumane. Oggi, con l’afa alle porte, quegli stessi elettrodomestici si sono improvvisamente trasformati in un intralcio burocratico da rimuovere.
Il Guardasigilli Carlo Nordio non fa passi indietro e difende a spada tratta la recente circolare del Dap che impone lo sfratto dei frigoriferi dalle camere di pernottamento. La nuova regola è chiara: gli apparecchi vanno spostati negli spazi comuni, con accesso regolamentato da rigidi orari prestabiliti. Come se la sete notturna nel cuore di agosto, o la necessità di conservare un alimento o un farmaco al fresco, potessero essere disciplinate dagli orari d’ufficio dell’amministrazione penitenziaria.
A lasciare sgomenti non è solo il clamoroso testacoda politico, ma la giustificazione tecnica fornita dal Ministero in risposta all’interrogazione del Partito Democratico. Via Arenula sostiene candidamente che i frigoriferi “risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento”.
Il cortocircuito logico è a dir poco imbarazzante. Lo Stato ammette apertamente di avere un problema gravissimo e strutturale - il sovraffollamento delle celle, che in Italia ha raggiunto livelli cronici e incompatibili con i diritti umani fondamentali - ma, invece di risolvere la piaga alla radice, decide di punire i detenuti confiscando loro l’unico strumento che rendeva quella reclusione di massa appena più tollerabile. È la quintessenza del paradosso burocratico: siccome vi abbiamo stipato in spazi troppo piccoli, vi togliamo anche il frigorifero per fare “razionale gestione degli spazi”. Come curare la febbre rompendo il termometro.
Nordio assicura che il provvedimento “non introduce alcuna compressione delle condizioni di vita” e che non vi è alcun arretramento rispetto alle prassi in uso. Ma chiunque conosca minimamente le dinamiche della vita detentiva sa bene che spostare un elettrodomestico vitale in un’area comune, contingentandone l’accesso, significa di fatto svuotarne la funzione.
Nascondendosi dietro le asettiche formule delle “esigenze di sicurezza” e della “corretta fruizione”, il Ministero compie un passo indietro clamoroso sul fronte dei diritti basilari. Se la dignità di un detenuto si misura anche dalle condizioni igienico-sanitarie e dal benessere quotidiano che lo Stato è in grado di garantirgli, relegare l’accesso all’acqua fresca o alla conservazione del cibo a una concessione a orari fissi è un atto di cinismo amministrativo. La circolare, insomma, resta in vigore. E con essa resta l’amara sensazione di un sistema che, incapace di garantire spazi dignitosi e di affrontare seriamente il nodo del sovraffollamento carcerario, preferisce accanirsi sui dettagli, mascherando una palese contraddizione politica dietro la foglia di fico della razionalizzazione logistica.










