di Donatella Stasio
La Stampa, 15 luglio 2024
Da 8 mesi manca uno dei 15 giudici, ma sul tavolo ci sono temi decisivi: dai referendum elettorali al dl Caivano. “Lo hanno fatto tutti”. “La casta non interessa agli italiani”. “Sono le regole della politica”. “In passato, tempi anche più lunghi”. È un piccolo campionario di risposte che, nel mare dell’indifferenza, dell’ignoranza, del silenzio e della supponenza, si raccolgono quando si fa notare che da otto mesi (la media è sette mesi e mezzo) manca uno dei 15 giudici costituzionali, di nomina parlamentare, sebbene la sostituzione debba avvenire entro un mese; che il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha convocato il Parlamento in seduta comune solo cinque volte e non ha ancora fissato il sesto scrutinio; che la premier Giorgia Meloni, dopo aver rivendicato la sua “prerogativa di dare le carte”, non ha cercato alcun accordo con le altre forze politiche, come sarebbe nello spirito della Costituzione.
Perché il suo obiettivo è arrivare al 21 dicembre, quando scadranno altri tre giudici, per incassare un poker o un tris; che alla maggioranza mancano solo 11 voti al quorum dei tre quinti, raggiungibile con l’appoggio di Azione o Iv (con cui sono state già condivise alcune battaglie); che questo stallo costringerà la Corte, da novembre e almeno fino a marzo 2015, a lavorare con soli 11 giudici, ma basterà l’assenza di uno/una (per malattia o per motivi personali) a bloccare la giustizia costituzionale; e che quindi sono a rischio questioni caldissime già in calendario: referendum elettorali e sull’autonomia differenziata, maternità surrogata, decreto Caivano, limite ai mandati dei sindaci di grandi comuni, contributi pubblici alle emittenti televisive, e molte altre ancora.
La nostra democrazia è fragile, e questa vicenda ne è la prova. Siamo tutti “cani da guardia della democrazia” ma se - come diceva Piero Calamandrei - la cartina di tornasole è il “costume democratico”, ovvero la capacità di tradurre giorno per giorno in “concreta, ragionata e ragionevole realtà” le formule costituzionali vigenti, questa vicenda ci dà la misura dell’enorme distanza da quel costume democratico e, purtroppo, della pericolosa accondiscendenza ad atteggiamenti assolutistici del potere, proprio quelli dai quali ci ha messi in guardia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo prezioso intervento sulla democrazia.
In un passaggio di quel discorso, Mattarella ha ricordato che le Corti costituzionali sono una conquista del secondo dopoguerra e che nascono come scudo ai diritti e alle libertà e come limite all’azione prevaricatrice delle maggioranze politiche. Tuttavia, molti governi continuano ad essere insofferenti a questa funzione “contromaggioritaria” delle Corti, che perciò va difesa in ogni snodo della loro vita, fin dalla composizione, che dev’essere tempestiva e trasparente, deve garantire il pluralismo delle voci e la loro autorevolezza, e deve sfuggire a logiche di appartenenza partitica. Questa speciale vigilanza è tanto più necessaria in tempi di regressioni democratiche in cui i governi cercano di appropriarsi delle Corti. Come? Incidendo sulla loro composizione (ritardandola, azzoppandola, pensionando giudici scomodi e nominandone di graditi), delegittimandole, accusandole di politicizzazione. Ecco perché non ci si può distrarre di fronte al ritardo nell’elezione dei giudici né si può minimizzare la “coazione a ripetere” dei Parlamenti. Meno che mai se un premier ostenta una concezione privatistica delle istituzioni e se la sua maggioranza sfiora il quorum fissato dai costituenti per impedire, invece, che faccia da sola.
L’elezione del giudice non è un fatto esclusivamente politico, che può anche essere giocato su più tavoli (per esempio con altre nomine). È un preciso obbligo costituzionale. Quindi, superato il mese stabilito dalla legge, il Parlamento va convocato a oltranza per interrompere la violazione in flagranza della legalità costituzionale. Il ritardo è anche uno sfregio al principio della leale collaborazione istituzionale, tanto più sacro di fronte a un’Istituzione che garantisce i diritti di tutti e perciò non può diventare ostaggio delle maggioranze politiche di turno. Ecco perché i vertici istituzionali, a cominciare dai presidenti di Camera e Senato direttamente responsabili, non sono mai stati silenti, come invece lo sono oggi Fontana e La Russa, quasi a voler costringere il Colle a fare il primo passo. Con l’aggravante che, finora, le convocazioni hanno avuto una frequenza addirittura inferiore al mese, giusto per facilitare l’obiettivo di arrivare a dicembre, mentre in passato avevano un ritmo, se non settimanale, quanto meno quindicinale.
Se vogliamo sapere come la pensa Sergio Mattarella, basta tornare al 2 ottobre 2015: era al Quirinale da appena sette mesi e aggiunse la sua voce a quella dei presidenti delle Camere Boldrini e Grasso per chiedere di eleggere “con la massima urgenza” i tre giudici mancanti, scaduti in momenti diversi e finiti in un unico “pacchetto”. Erano trascorsi 16 mesi e 26 scrutini, e Mattarella parlò di “doveroso e fondamentale adempimento a tutela del buon funzionamento e del prestigio della Corte e a salvaguardia della responsabilità istituzionale del Parlamento”. A maggio 2005, Carlo Azeglio Ciampi intervenne dopo soli quattro mesi di inutili tentativi per eleggere due giudici: convocò al Colle i presidenti delle Camere Casini e Pera e da lì partirono votazioni ripetute e quotidiane. Già nel 2002, dopo un anno e mezzo, 20 scrutini e uno sciopero della sete di Marco Pannella, Pera e Casini agitarono lo spettro di votazioni ad oltranza e fu subito trovato l’accordo, anche perché, poco prima, la Corte era stata costretta a fermarsi per mancanza di cinque giudici (due vacanti e tre assenti per lutto, malattia e incompatibilità). Giulio Andreotti ricordò che il protrarsi dello stallo avrebbe potuto indurre il Quirinale a sciogliere il Parlamento per questa grave inadempienza (ipotesi già ventilata da Cossiga nel ‘90). Nel 2008 si sentirono le voci dei presidenti delle Camere Bertinotti e Marini, poi di Fini e Schifani, e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano parlò di “inderogabile dovere costituzionale” del Parlamento e di “insostituibile funzione di garanzia della Corte nella pienezza della sua composizione”.
Rompere il muro del silenzio è importante quanto l’elezione. Anche per evitare che i cittadini coltivino lo sciagurato sentimento anti-casta inoculato dai nuovi populismi, e capiscano che nessun governo è padrone del Parlamento e della Consulta. In ogni caso, gli errori del passato non sono mai una giustificazione per continuare a sbagliare, per di più rivendicando il potere assoluto di “dare le carte”. Non è questa la democrazia di cui siamo figli e figlie. La Corte potrebbe anche adottare misure in chiave di autodifesa (per esempio, ripristinando la prorogatio dei giudici scaduti) ma sarebbe una sconfitta della leale collaborazione istituzionale e quindi della democrazia. Siano i partiti, di maggioranza e di opposizione, a dare un segnale di vitalità democratica, proponendo candidati e candidate autorevoli e plurali. Il Parlamento abbia un sussulto di orgoglio e dimostri di non essere succube di chi ha vinto le elezioni. È vero: le urgenze non mancano, a cominciare dai 9 decreti legge rovesciati dal governo sul Parlamento; ma nulla impedisce al presidente della Camera Fontana di convocare la seduta comune il sabato o la domenica o nel periodo estivo. Sempre che voglia dimostrare quel “costume costituzionale” di cui parlava Calamandrei per dare attuazione alla Costituzione e agli obblighi che essa prescrive per garantire l’integrità, l’indipendenza, la funzionalità della Corte costituzionale. E quindi, la piena garanzia dei nostri diritti e di una democrazia sana.










