di Marco Perduca*
Il Riformista, 16 giugno 2021
Riprende alla Camera la discussione delle pdl sui fatti di lieve entità per consumo di sostanze. Sulla carta c'è il favore per rivedere le pene. Il proibizionismo arranca, in un terzo degli Stati uniti la marijuana è legale. Basta ideologia: una questione di salute e scelte personali non può essere gestita col carcere.
Oggi in Commissione Giustizia della Camera riprende il dibattito su proposte di legge concernenti fatti di lieve entità legati al consumo di sostanze stupefacenti proibite. Tra i testi presentati, quello del radicale Riccardo Magi prevede, tra le altre cose, anche la depenalizzazione della coltivazione domestica di cannabis. Sulla carta i numeri per rivedere le pene per consumi minimi sembrerebbero favorevoli, come favorevole è il contesto internazionale.
Non solo: nella patria del proibizionismo un terzo degli Stati ha legalizzato la marijuana, ma dal dicembre 2020 la pianta (anche medica) è stata cancellata dalla IV tabella delle sostanze che la Convenzione Onu del 1961 ritiene pericolose. L'esempio degli USA e l'attenuata attenzione del controllo globale sulla cannabis dovrebbero incoraggiare quei parlamentari che, al momento delle decisioni, si fanno prendere dal timore di abbassare la guardia in tema di "salute" e "ordine" pubblico.
Ai timorosi o timidi, ma anche ai contrari, occorre ricordare che se (anche) in Italia non s'è fatto alcun passo avanti per contenere il fenomeno è (anche) perché da 30 anni si persegue la via della penalizzazione piuttosto che quella della regolamentazione di produzione e consumo delle "droghe". Rispetto al passato ci sono novità importanti anche a livello nazionale: la Ministra Fabiana Dadone ha annunciato l'intenzione di organizzare finalmente la Conferenza Nazionale sulle Droghe e la Ministra Marta Cartabia ha parlato in termini netti di "proporzionalità della pena" e "carcere come extrema ratio".
Niente come la penalizzazione di comportamenti che nella stragrande maggioranza non causano vittima necessita d'una revisione delle sanzioni (penali e amministrative) e niente come un problema, anche di salute, di scelte personali consapevoli dovrebbe esser gestito fuori dalle mura carcerarie. Infine, niente come una conferenza sulle droghe convocata dopo 12 anni dovrebbe far tesoro del contributo di chi, in modo indipendente e disinteressato, critica leggi e politiche che hanno contribuito a cristallizzare il problema invece che governarlo.
La presenza delle sostanze proibite in Europa è stata presentata la settimana scorsa dall'Osservatorio sulle droghe e le dipendenze di Lisbona. Anche se i dati non sono omogenei e poco dettagliati, in nessuno dei capitoli della relazione c'è di che rallegrarsi. I dati relativi al 2017 e 2018 registrano un aumento di sequestri di tutte le sostanze, ampliamento delle infiltrazioni criminali maggiore purezza e aumento di decessi per overdose, spesso da policonsumo, in particolare tra gli ultra 50enni.
In tutta l'Unione Europea, che conta mezzo miliardo di persone, nel 2018 le morti sono state 8300, in Italia 334. Il rapporto non prevede schede per Paese ma per quanto riguarda la cannabis in Italia si conferma che il 30% della popolazione (20 milioni di persone!) l'ha provata nell'arco della propria vita. Che ci sia qualcosa che non va è indubbio ma occorre un cambio controcorrente. Le proposte ci sono. I numeri, e forse i tempi, pure. Riuscirà la pragmaticità a prevalere su ideologia o tatticismi da "larghe intese"? *Associazione Luca Coscioni











