di Franco Corleone
L’Espresso, 29 marzo 2022
Con scarso impegno e molte tergiversazioni, si parla del problema da più di venti anni. Ma per una riforma che tuteli i minori secondo i principi della Costituzione serve l’abbandono delle norme speciali, o questa vergogna non finirà mai.
Lo scandalo continua. È di moda denunciare a proposito e a sproposito detenzioni sine titulo, ma su quella dei bambini piccoli non vi è dubbio alcuno. È ingiusta e disumana e si protrae da troppo tempo incomprensibilmente.
Il Parlamento iniziò ad occuparsene un quarto di secolo fa, con scarso impegno e varie tergiversazioni, e con il rischio che la proposta di legge morisse con la fine della legislatura. Proprio per questo sentii l’esigenza di iniziare un digiuno per costringere all’attenzione verso un provvedimento di carattere fortemente simbolico come la liberazione dal carcere dei bambini e delle loro madri detenute. Al tempo ero sottosegretario alla Giustizia e l’iniziativa fece scalpore (Il Foglio la definì “Il paradosso del giusto”).
Nel 2001, la legge Finocchiaro fu approvata. Non a caso fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’8 marzo e consegnai il testo a San Vittore con una vera festa.
Allora i bambini minori di tre anni in carcere erano 83, il picco più alto, le madri erano ben 79. Negli anni successi la media delle presenze si è consolidata intorno alle 50 unità con oscillazioni verso l’alto o il basso. Perché il fenomeno non si azzerò? Il titolo della legge era assai eloquente “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori”. Nonostante le norme penali e penitenziarie prevedessero la preferenza per una esecuzione della pena fuori dal carcere, la presenza dell’inciso “salve le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza” e, per le definitive, il richiamo ai reati ostativi dell’art. 4bis dell’Ordinamento penitenziario, ha vanificato l’aspirazione della legge.
Anche le condizioni di fatto, come la considerazione di un domicilio adeguato (un campo nomadi, nell’ipotesi di donne rom, in alcuni casi non è stato ritenuto tale) blocca la concessione della misura alternativa.
Invece di monitorare le ragioni della disapplicazione, il Parlamento approvò nel 2011 una nuova legge, la 62, che oltre ad alzare l’età di possibile permanenza in carcere dei bambini fino a sei anni, prevedeva dei luoghi specifici, gli Istituti a custodia attenuata (Icam). Così si realizzava una forma di paternalismo compassionevole, che manteneva donne e bambini in detenzione, seppur “attenuata”. Erano anche previste “case-famiglia protette”, ma senza oneri per la finanza pubblica: solo nella legge di bilancio 2021 sono state inserite risorse per realizzare queste strutture. Al 28 febbraio 2022 le detenute “con figli al seguito” (dizione usata nella tabella statistica del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), sono 15 e i bambini 16. L’emergenza della pandemia ha prodotto un miracolo, spingendo ad applicare la legge in modo più aperto.
Che fare ora? La soluzione limpida è l’abbandono delle norme speciali, per imboccare la via maestra di una riforma del carcere secondo i principi della Costituzione. Le donne in carcere sono solo 2.248 sul totale di 54.372 (circa il 4 per cento) e la maggior parte per reati minori. Fanno parte di quella montagna di “detenzione sociale”, come la definiva Sandro Margara, che affolla le nostre carceri (pressoché tutta la detenzione, se si eccettuano 10 mila carcerati nel circuito dell’alta sicurezza e 741 nel 41bis). E che richiede di superare le pulsioni punitive e correzionaliste per immaginare invece percorsi di sperimentazione sociale fondati sui diritti e la soggettività.
Una questione di piccoli numeri ma di illuminante qualità, come quella delle donne “con figli a seguito”, può aprire nuovi scenari. Liberiamo subito tutti i bambini. È possibile. Non sono numeri, sono persone. O devo iniziare un nuovo digiuno?











