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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 30 gennaio 2026

Quello del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi con il suo omologo egiziano Mahmoud Tawfik su Giulio Regeni, durante il loro incontro al Viminale di mercoledì, non era un silenzio. Era un’omissione. Il tentativo di rimediare fatto ieri dal capo della polizia Vittorio Pisani, ieri alla firma del nuovo Memorandum di cooperazione con l’accademia del Cairo, è andato addirittura oltre: è stato un elogio, quasi un ringraziamento. “La polizia di stato è stato l’organo che ha svolto le indagini sul caso Regeni - ha detto - indagini portate avanti anche con la collaborazione e l’acquisizione di documenti forniti dalla polizia egiziana. Questo sistema di cooperazione può agevolare quella cooperazione investigativa e giudiziaria affinché anche il caso Regeni giunga a una conclusione”.

In realtà, già da prima dell’inizio del faticosissimo processo ancora in corso a Roma, era emerso che la “cooperazione” dell’Egitto all’indagine sul ricercatore italiano ammazzato al Cairo in una data imprecisabile compresa tra il 25 gennaio e il 3 marzo del 2016 è consistita in una serie di menzogne e depistaggi. Era il 5 aprile di quell’anno quando l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, alla Camera, parlò del dossier investigativo egiziano inviato all’Italia e definì la collaborazione con gli investigatori locali “generica e insufficiente”. Quello, del resto, era anche il parere della procura di Roma, che del dossier notò soprattutto le mancanze: dal “traffico di cella telefonica di Giulio Regeni” ai “video della metropolitana che probabilmente è la zona dove il rapimento è avvenuto”.

In precedenza, il 24 marzo, la polizia egiziana fece sapere di aver ucciso in una sparatoria quattro uomini che riteneva essere i responsabili dell’omicidio di Regeni e il governo del Cairo appoggiò la versione parlando di una banda dedita al rapimento di stranieri al fine di ottenere riscatti.

Nell’operazione venne peraltro rinvenuto un borsone con dentro alcuni oggetti di Regeni, come il suo passaporto, il tesserino universitario, la carta di credito. E un pezzo di hascisc, ad avvalorare la tesi che il delitto fosse maturato per motivi di droga. Niente di tutto questo era vero, ovviamente, ma la procura di Nuovo Cairo ci mise del tempo prima di dire che i fatti del 24 marzo non avevano alcuna attinenza con l’omicidio dell’italiano.

Soltanto nel 2018, a dicembre, dopo una lunga serie di vertici e di rogatorie, la procura di Roma è riuscita a iscrivere nel registro degli indagati quattro uomini del servizio di sicurezza egiziano (il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi e il maggiore Magdi Sharif), che avevano cominciato a mettere sotto osservazione il ricercatore dopo una soffiata di Mohamed Abdallah, capo del sindacato ambulanti su cui Regeni stava facendo un lavoro per l’università di Cambridge. Il rinvio a giudizio dei quattro è poi avvenuto nel maggio del 2021, dopo che la procura di Roma aveva rotto i rapporti con i colleghi del Cairo, accusati di essere stati troppo reticenti. Infatti, quando i procuratori egiziani interrogarono i quattro ufficiali, li lasciarono andare perché giudicarono gli indizi a loro carico “insufficienti”. Il processo, ancora oggi, si svolge in assenza degli imputati.

E questa è la collaborazione offerta dalle autorità egiziane, taciuta da Piantedosi ma celebrata da Pisani. Il cui principale pensiero, con ogni probabilità, è rivolto non a Regeni ma alla tutela della terza tranche di Itepa 2, oggetto dell’accordo siglato ieri. Si tratta di un progetto europeo di formazione per la gestione dei flussi migratori e il contrasto al traffico di esseri umani che coinvolge funzionari di polizia di 22 paesi africani.

Protestano, soprattutto per i vari complimenti di Piantedosi alla polizia egiziana per la sua nota professionalità, le opposizioni. E l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, dal Nuovo Sacher di Roma, dove è stato proiettato il documentario “Giulio Regeni - Tutto il male del mondo” rincara la dose: “Il ministro dell’Interno italiano si incontra con quello egiziano e si fanno grandi complimenti per la collaborazione per fermare l’immigrazione che viene dall’Egitto, che non è un paese sicuro, da cui scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime, che ha torturato e ucciso Giulio e che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone”.