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di Giovanni M. Jacobazzi

Libero, 18 agosto 2024

Nel 2015, quando era al governo, lanciò gli “Stati Generali dell’esecuzione penale” con l’intendo di riformare le prigioni, poi si fermò per non perdere voti. Il Partito democratico ed i suoi giornali di riferimento hanno “scoperto” nella torrida estate 2024 che in Italia le prigioni rappresentano un problema molto serio. “Carceri senza pace”, ha titolalo ieri Repubblica, dedicando le prime tre pagine a quanto sta accadendo all’interno dei penitenziari, dove il sovraffollamento, le rivolte ed i suicidi di detenuti ed agenti della Polizia penitenziaria sono - purtroppo - all’ordine del giorno.

Nel profluvio di articoli ed editoriali non poteva mancare, ovviamente, una critica feroce al governo Meloni che sarebbe inerte ed insensibile, oltre a non avere alcuna soluzione per far fronte all’emergenza. Peccato per Repubblica, e per il Pd, che i problemi all’interno delle carceri non siano esplosi dall’ottobre 2022, da quando Giorgia Meloni ha giurato al Quirinale.

È sufficiente infatti tornare al 2015, governo Matteo Renzi, in quel momento potente segretario dei dem, per scoprire che l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando per contrastare il sovraffollamento, le rivolte, e i suicidi, quindi gli stessi identici problemi che affliggono adesso le carceri, decise di dar vita agli “Stati Generali dell’esecuzione penale”.

La quanto mai pomposa iniziativa aveva l’obiettivo di “portare concretamente a definire un nuovo modello di esecuzione penale e una migliore fisionomia del carcere, più dignitosa per chi vi lavora e per chi vi è ristretto”. Gli Stati generali dell’esecuzione penale, per gli smemorati di Repubblica, presero il via il 19 maggio 2015 presso la Casa di reclusione di Milano Bollate. Orlando, gli va riconosciuto, fece le cose in grande stile, istituendo ben 18 tavoli tematici ai quali partecipano più di 200 fra magistrati, provveditori, giuristi, professori, volontari, in pratica i massimi esperti sul mondo del carcere e dell’esecuzione della pena.

Il coordinamento dei lavori venne affidato al professore di penale Glauco Giostra, in passato anche componente del Consiglio superiore della magistratura in quota Pd. Gli Stati generali durarono quasi un anno, accompagnati anche da centinaia di incontri e convegni sui territori. Nessun tema venne trascurato: dall’edilizia carceraria, al reinserimento del detenuto, alla recidiva. Per la prima volta vennero toccati anche argomenti “sensibili”, come l’affettività nelle carceri o la possibilità per i detenuti di avere rapporti con l’esterno senza filtri. “Il filo conduttore dell’iniziativa degli Stati generali, al di là delle specifiche tematiche dei diversi tavoli di lavoro, è stato quello di riportare al centro dell’esecuzione penale il riconoscimento del detenuto come persona, recuperando la funzione rieducativa del trattamento prevista dalla Costituzione e declinata nell’ordinamento penitenziario”, dirà Orlando al termine dei lavori.

Come capita spesso in questi casi, si è perso il conto dei documenti prodotti dai vari partecipanti ai tavoli tematici e che dovevano servire da base per la riforma dell’Ordinamento penitenziario che Orlando aveva in mente di scrivere per mandare in soffitta quella in vigore risalente al 1975. La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale alla fine del 2016 e l’arrivo a Palazzo Chigi di Paolo Gentiloni stoppò però tutto. Il Pd, da sempre molto pragmatico, decise che il tema del carcere era troppo divisivo e avrebbe fatto perdere voti in vista delle imminenti elezioni politiche, con i manettari del M5S che avrebbero speculato a mani basse. La legislatura in cui si alternano tre premier dem, Letta, Renzi e Gentiloni, si concluse allora sul carcere come era iniziata: con un nulla di fatto. Ora il Pd chiede al ministro Carlo Nordio il miracolo. Troppo facile dare lezioni dopo non aver fatto alcunché per cinque anni.