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di Valeria Di Corrado

Il Messaggero, 13 maggio 2025

“Andrebbe rafforzato, prima di concedere misure alternative alla detenzione, il controllo psichiatrico con visite periodiche su chi è stato condannato per reati gravi ed efferati come il femminicidio. E poi servirebbe un percorso riabilitativo presso centri anti violenza, dove si verifichi la effettiva resipiscenza”. Ne è convinto l’avvocato penalista del Foro di Roma Francesco Caroleo Grimaldi, alla luce della scia di sangue innescata a Milano da Emanuele De Maria.

Qual è l’iter per ottenere benefici come i permessi di lavoro?

“Normalmente servono relazioni di assistenti sociali, psicologi, educatori, direzione del carcere. Ci sono tutta una serie di filtri che dovrebbero essere attendibili. Ma evidentemente in alcuni casi non sono sufficiente. E manca una valutazione di ordine psichiatrico e per certi tipi di reati è necessaria. Credo che debba essere rafforzato anche il sistema di controllo degli ambienti frequentati dal detenuto che ha la possibilità di lavorare all’esterno”.

Serve una selezione sul tipo di lavoro?

“Specie all’inizio, sarebbe meglio scegliere un lavoro che non sia a contatto con terze persone, perché si possono ricreare le stesse condizioni che hanno portato al precedente reato. Il rischio è la reiterazione. Le leggi ci sono ma a volte è il sistema - con le sue pastoie burocratiche - che non è adeguato alle leggi”.

Come tempistica è normale che De Maria, a 9 anni dall’uccisione di un’altra donna, abbia beneficiato di una misura alternativa?

“Teoricamente si può fare, se la condanna - come nel suo caso - era a 14 anni di reclusione. La sensazione è che questa pena sia bassa per un femminicidio. Inoltre per questi tipi di reati occorrerebbe spostare in avanti i termini per concedere misure alternative e premiali previste dall’ordinamento penitenziario”.

L’associazione Antigone ha sottolineato che sono meno dell’1% i casi in cui vengono revocate per la commissione di nuovi reati...

“Sì, ma anche quell’1% si può evitare”.