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di Massimo Gramellini 

Corriere della Sera, 20 settembre 2025

Poiché l’odio è lo spirito del tempo, vorrei andare controcorrente tessendo l’elogio di un esponente della minoranza mite, il signor Gino Cecchettin. Anzitutto per avere condannato l’aggressione subita in carcere dall’assassino di sua figlia. Non era così scontato, non in questo clima attraversato dal desiderio di soluzioni che suonino semplici e sbrigative, a costo di risultare ingiuste e approssimative. Ma lo ringrazio anche per le parole che ha pronunciato ieri a Canale 5 sul perdono. Parole buone, ma tutt’altro che buoniste. 

Cecchettin dice di credere nella giustizia riparativa e di essere pronto a perdonare Turetta, però a una condizione: che questo abbraccio metaforico avvenga al culmine di un percorso lento e profondo, perché è così che funzionano le cose serie, le cose vere. Non ci si pente a ridosso dei processi. Prima bisogna prendere consapevolezza del dolore che si è inflitto, attraversare le montagne russe degli stati d’animo e infine giungere alleggeriti sull’altra sponda. Il viaggio è accidentato: pieno di soste, retromarce e sensi vietati scambiati per scorciatoie. Richiede tempi lunghi, che mal si conciliano con le esigenze di un pubblico che passa le giornate a scrollare il telefono, e che di tutto ciò che accade guarda ormai soltanto le sintesi: i famosi highlights. Invece la vita interiore di tutti (anche di un assassino, anche di un padre) ha i suoi ritmi, che non sono quelli degli highlights. Ringrazio il signor Cecchettin per avercelo ricordato.