di Fabio Falbo*
Il Dubbio, 6 maggio 2026
“Non scriverò i nomi di chi firma le ordinanze e decide, lo ha chiesto la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, scriverò però i fatti, perché i fatti non diffamano viceversa interrogano”. Tempo addietro la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma ha chiesto alla vostra redazione la pubblicazione di una rettifica, spiegando che non è corretto indicare nomi e cognomi dei magistrati quando si raccontano decisioni dolorose assunte in carcere. Forse la critica deve restare astratta, impersonale, “continente”.
Il Direttore del giornale correttamente ha pubblicato la rettifica, ma ha aggiunto una frase che pesa più di molte sentenze: ci sono momenti in cui, anche dietro le sbarre, la dimensione dell’umanità non può essere sospesa. È da quella frase che occorre ripartire, perché quello che mi sta accadendo non è un caso isolato, né un errore individuale, è un modo di amministrare la giustizia che sembra aver smarrito il senso del tempo umano pur muovendosi dentro quello giuridico.
Circa un mese fa mio suocero viene ricoverato d’urgenza al Policlinico Gemelli, le sue condizioni sono gravi “quoad vitam”, quindi presento un’istanza di permesso di necessità scrivendo una cosa semplice, voglio vederlo in vita, ma come al solito l’istanza viene rigettata. Mio suocero muore e solo dopo il decesso grazie alla perseveranza dell’Avvocatessa Arianna Liguori viene presentata una nuova richiesta, questa volta il permesso viene concesso per un’ora al Policlinico Gemelli non per salutarlo vivo, ma per vederlo nella camera mortuaria, dopo giorni dal primo rigetto.
Scrivo una lettera di ringraziamento alla Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, perché riconosco un atto di umanità, anche se tardivo e perché so distinguere gli spazi del rispetto personale da quelli della critica pubblica. In quell’occasione nessuna informativa viene richiesta alla Direzione nazionale antimafia o alla Direzione distrettuale antimafia, non perché qualcuno “chiuda un occhio”, ma perché la legge non lo preveda per un permesso di necessità visto che sono detenuto in un reparto di media sicurezza in ambito della c.d. sorveglianza dinamica e perché l’urgenza impone decisione non burocrazia.
*Lo “scrivano” di Rebibbia











