di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 26 aprile 2021
Alla ministra Cartabia è stata assegnata la responsabilità del ministero della Giustizia in un contesto di estrema difficoltà. Il quadro politico è quello che è, segnato da tempo, nel campo della giustizia, da paralizzanti scontri ideologici o di interesse e ora costretto a comporsi in una maggioranza parlamentare tanto ampia quanto eterogenea.
La ministra nella intervista di alto respiro rilasciata ieri a questo giornale, mostra di esserne del tutto consapevole. La titolare della Giustizia adotta il metodo di lavoro della prudenza che smussa gli angoli, unendovi il forte richiamo al dovere morale e politico di curare una istituzione la cui salute è vitale per la Repubblica. Numerosi problemi specifici sono stati lasciati irrisolti dai precedenti governi e non possono rimanere senza soluzione: prima fra tutte la questione dell'insostenibile durata della giustizia civile, penale, tributaria, amministrativa.
Di essi si occupano ora i qualificati gruppi di lavoro che la ministra ha nominato per rivedere i testi già pendenti in Parlamento. A loro ha anche affidato il compito di preparare gli emendamenti che presenterà il governo. Si tratta di un lavoro importante e c'è da augurarsi che le proposte vengano accolte in Parlamento senza farne terreno di scontri propagandistici, alla ricerca del "bene comune" richiamato dalla ministra. Tra i temi in discussione ve ne sono alcuni che riguardano l'ordinamento giudiziario, le leggi cioè che definiscono il sistema complessivo del reclutamento, della destinazione alle diverse funzioni e della deontologia dei magistrati professionali, oltre che di quelli onorari.
Ma il più visibile - la legge elettorale del Consiglio superiore e la "lotta alle correnti" - è in gran parte di facciata, mentre è venuto il momento di affrontare temi di fondo. L'ordinamento giudiziario in vigore è il frutto di ripetute modifiche, sull'impianto fondamentale che è del 1941. Risalendo alle origini si trovano i testi piemontesi e prima ancora quelli della Francia napoleonica. L'idea di fondo è quella del magistrato funzionario, bocca della legge da cui dipende. Nel frattempo quella finzione è stata definitivamente svelata.
È così emerso il problema - processuale, ma soprattutto culturale - di come render compatibile l'attività individuale del giudice nell'applicare ed enunciare il diritto, con il ruolo che è proprio dell'istituzione giudiziaria nel suo complesso. Prevedibilità e stabilità della giurisprudenza sono in gioco. E quindi anche il ruolo della Cassazione ora impedita dalla massa dei ricorsi, prodotti dalle migliaia di avvocati in Italia abilitati a difendere davanti ad essa.
Tema di grande e difficile portata, che deve essere affrontato con la definizione dei limiti del campo di intervento dei giudici, della capacità del sistema di decidere la quantità di controversie che gli sono rimesse, delle alternative possibili alla tutela giudiziaria dei diritti. Per non parlare del diverso e specifico problema del pubblico ministero. Tutto questo, tutto insieme è da affrontare. Non sarebbe adeguato farlo nel solo ristretto e finora improduttivo campo dei professionisti della giustizia, magistrati e avvocati, dimostratisi soprattutto conservatori, capaci di scontrarsi nell'inutile bricolage dei ritocchi dell'esistente. Ma la difficoltà della situazione in cui versa la giustizia è anche di natura diversa. Ed è grave da tempo. Lo stesso giorno in cui leggiamo l'intervista di Marta Cartabia, lo stesso giornale dà notizia dell'arresto di un giudice che vendeva per denaro i suoi provvedimenti.
Non è il primo caso. Altre volte all'allarme lanciato anche da queste colonne, la magistratura ha risposto rivendicando di essere essa stessa quella che ha individuato e sanzionato i corrotti. E tuttavia c'è l'impressione di una insufficiente vigilanza preventiva dei dirigenti degli uffici e della mancanza di ciò che in ogni insieme professionale è fondamentale: il cosiddetto controllo sociale, che muove dalla convinzione che la caduta deontologica di anche uno solo, colpisce la credibilità di tutti. I fatti di corruzione sono per fortuna certamente pochi, se confrontati alla generale correttezza dei magistrati.
Tuttavia è ora necessaria una poderosa iniziativa non solo sul piano del rigore deontologico, ma anche su quello più difficile della consapevolezza e direi anche della fierezza del corpo professionale. In altri tempi l'Associazione nazionale magistrati è stata credibile luogo di elaborazione e stimolo culturale. Ora direi che tra i compiti ineludibili della ministra Cartabia vi è quello di spendere la sua alta credibilità per scuotere l'insieme della magistratura, che mi pare umiliata e tramortita dalla miseria di episodi intollerabili e che interessi di parte presentano come rappresentativi di tutto il corpo giudiziario.
È un compito anche più difficile di quello che riguarda i singoli problemi ora in discussione in Parlamento. Ma la ministra, rispettata e indipendente dalle corporazioni, non è sola. La Scuola della magistratura è istituzione importante e seria. Soprattutto è possibile far appello al presidente della Repubblica Mattarella. Poiché le norme sono importanti, ma lo spirito della magistratura lo è altrettanto.











