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di Donatella Stasio

La Stampa, 19 agosto 2024

Ma davvero c’è un’emergenza custodia cautelare in carcere alla base del sovraffollamento delle patrie galere? La risposta è no. I dati dimostrano che i giudici “rispettano il principio di proporzionalità” nel decidere quale misura cautelare adottare e che ricorrono alla custodia detentiva “solo come extrema ratio”. Il che “sta provocando una progressiva riduzione del numero di persone ristrette in carcere in esecuzione di misure cautelari”. Parola di Margherita Cassano, prima presidente della Cassazione.

Era il 25 gennaio 2024 e nell’aula magna della suprema Corte - dove si celebra sempre l’inaugurazione dell’anno giudiziario - per la prima volta nella storia repubblicana era una donna a parlare dal pulpito riservato al vertice della magistratura. Toga rossa solo per il colore della mantella indossata, Cassano è una toga storica di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice in cui ha sempre militato Alfredo Mantovano, magistrato fuori ruolo, da decenni in servizio attivo nelle file della destra politica e da due anni addirittura uomo di fiducia della premier Giorgia Meloni. Né l’una né l’altro erano presenti al Palazzaccio quel 25 gennaio, e l’assenza sembrò sospetta perché le parole di Cassano, ancorché misurate e garbate, erano in netta controtendenza rispetto alla narrazione governativa sulla giustizia. Sensazione confermata a distanza di sette mesi. C’era invece il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in prima fila accanto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma è legittimo chiedersi se ascoltò davvero la prima presidente. In sette mesi, infatti, il governo ha ignorato del tutto il richiamo di Cassano sul sovraffollamento carcerario, grave già allora ma, già allora, non imputabile a un eccessivo ricorso alla custodia cautelare. Eppure, oggi Nordio (dietro il quale si nasconde tutta la maggioranza “per vedere l’effetto che fa” e poi fingere di prenderne le distanze) parla della custodia cautelare come causa del sovraffollamento, insieme all’eccessiva presenza di stranieri e di tossicodipendenti.

Lo ha fatto mentre il Parlamento convertiva in legge il decreto carceri, un guscio vuoto inutile rispetto all’emergenza sovraffollamento, usato fittiziamente solo per introdurre il “peculato per distrazione”, reato senza il quale il Quirinale non avrebbe potuto promulgare la legge di abrogazione dell’abuso d’ufficio, tanto cara alla maggioranza. Erano giorni scanditi dai suicidi di detenuti e poliziotti, giunti, i primi, alla cifra record di 66 e, i secondi, a 7. Erano i giorni delle proteste (chiamate impropriamente rivolte) di fronte all’indifferenza e al cinismo del governo per le morti e le condizioni indegne e insalubri delle carceri. Ebbene, in quei giorni Nordio viene mandato avanti ad annunciare un “piano antisovraffollamento” da presentare a settembre per far uscire dal carcere “15-20mila persone”, a cominciare da tante in custodia cautelare, presunte innocenti fino a sentenza definitiva.

Intendiamoci: la custodia cautelare in carcere va ridotta al minimo; deve scattare solo di fronte a una rigorosa prognosi sul pericolo di fuga dell’indagato, o di reiterazione del reato, oppure di inquinamento delle prove; e il giudice non deve farsi condizionare da quella parte di opinione pubblica, cavalcata dalle politiche securitarie della destra, che un giorno reclama il carcere per qualunque reato (specie se commesso da stranieri e poveracci) e il giorno dopo grida allo scandalo per il presunto eccesso di custodia cautelare, con tanto di ispezioni contro i giudici e di modifiche legislative.

Ciò detto, torniamo a quel 25 gennaio e alla fotografia di Margherita Cassano sul 2023.I detenuti presenti nelle patrie galere erano 60.166, 10mila in più dei 50mila posti regolamentari (di cui quasi 4mila inutilizzabili). Campania, Lazio, Lombardia, Puglia le regioni con più di mille detenuti oltre la capienza. Insomma, al netto dei periodici report del Garante nazionale dei detenuti, all’epoca ancora l’ottimo Mauro Palma (cui è poi subentrato Maurizio D’Ettorre), sette mesi fa “l’emergenza” era già conclamata ufficialmente. Ma il governo è rimasto a guardare.

I detenuti definitivi erano 44.174; 6.385 i non definitivi ma già con una condanna di primo o secondo grado; 9.259 quelli in attesa di una prima sentenza (di cui 3.334 stranieri). In proporzione, niente di fronte ai 20.566 detenuti per droga (il 34% del totale). Ma tant’è. I dati di Cassano rivelano anche che su 82.035 misure cautelari personali emesse nel 2023, i giudici hanno scelto quelle custodiali (carcere, arresti domiciliari, luoghi di cura) nel 57% dei casi. A chi le fece la bontà di ascoltarla, Cassano aggiunse che “l’organico intervento riformatore del 2022” - quindi non quanto prodotto dal governo Meloni - e lo “sforzo dei magistrati” giustificavano un “messaggio di speranza” per il futuro. Sempre che - era sottinteso - la politica penale, penitenziaria e giudiziaria del governo in carica non si muovesse in direzione opposta, com’è invece avvenuto, con una costante, ossessiva moltiplicazione dei reati.

Ma torniamo ai dati. Palma ricorda che nel 2010 i detenuti complessivamente in custodia cautelare (senza alcuna sentenza definitiva) erano il 42% (su 67.961 detenuti), nel 2016 il 35,3% su 54.653, mentre il 31 dicembre 2023 sono scesi al 26,6%. Quelli in attesa del primo giudizio sono passati dal 17,08% del 2016 (9.337) al 15,39% di fine 2023 (9.259). Erano 14.367 nel 2009 su 64.791 detenuti (il 22,17%) e sono diminuiti progressivamente fino ad oggi, salvo un lieve incremento negli ultimissimi mesi.

Quanto ai reati, tenendo presente che spesso ne vengono contestati più di uno, a fine 2023 la maggior parte dei detenuti era in carcere per reati contro il patrimonio (34.126) e contro la persona (26.211), mentre erano 10.260 i reclusi per reati contro la pubblica amministrazione e 9.109 quelli per associazione mafiosa. Le richieste per “ingiusta detenzione” presentate nel 2023 sono state 1.271 e lo Stato ha risarcito per circa 28 milioni.

Insomma, l’equazione custodia cautelare uguale sovraffollamento non sta in piedi. È solo una scusa per rimettere mano al “carcere preventivo”. Per carità, non sarebbe la prima volta che un governo ne riscrive le regole (impossibile, ormai, tenere il conto delle innumerevoli modifiche, ora per ridurre ora per allungare i termini, ora per stringere ora per allargare le maglie, con un andamento a fisarmonica). Ma è poco decoroso che, per intervenire sulla custodia cautelare, il governo usi il drammatico problema del sovraffollamento. Che purtroppo, rimarrà irrisolto.