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di Giuseppe Maria Berruti

La Stampa, 1 novembre 2024

È una scelta che renderebbe l’Italia più esposta di altri Paesi all’illegalità internazionale. Il giudice non deve essere valutato politicamente, sarebbe in conflitto con la Costituzione Il Parlamento si appresta a varare un atto di indirizzo per decidere l’ordine di priorità sui reati da perseguire. Che cosa cambierebbe nel sistema giudiziario? Un atto di indirizzo del Parlamento serve alle Camere per precisare l’interpretazione di un proprio atto; può essere usato per chiarire una aspettativa politica dell’organo legislativo. Ma qui siamo fuori da questo tipo di attività. Il Parlamento si appresterebbe a limitare l’attività del pubblico ministero, o addirittura a limitarne la obbligatoria competenza. La Costituzione pone la regola della attività del pubblico ministero all’art 112, all’interno delle regole sulla giurisdizione. Questo mette il potere di esercitare la forza anche nei confronti di un cittadino che è non colpevole per presunzione legale, nei caratteri della Giurisdizione della Repubblica. Il modo nel quale il Pm esprime la sua forza è parte dell’idea costituzionale di giurisdizione.

Un atto di indirizzo parlamentare di questo tipo quanto è compatibile con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale?

L’art 112 stabilisce che l’azione penale è obbligatoria. Il Pm che ritiene (si tratta di valutazioni che il giudice esaminerà nel giudizio) di trovarsi di fronte ad un reato, deve esercitare l’accusa. L’azione penale è obbligatoria anche nella ipotesi in cui il Pm ravvisi una possibile esclusione della responsabilità per condizioni personali dell’autore dei fatti. Deve accusare, e quindi precisare la sua valutazione di una accusa obbligatoria, al giudice, che deciderà definitivamente. Questo modo di esercitare l’azione penale è una conquista della modernità giuridica, che ritiene di imporre la difesa dal delitto anche con atti che precedono l’accertamento dei fatti. Con la cautela di lasciare al giudice la decisione sulla violazione della legge. L’atto di indirizzo in generale, immaginato come inevitabile tecnica di conformazione di un dibattito processuale e del suo esito, mi pare in contrasto con la obbligatorietà.

Si tratta di una strada semplice da percorrere o più complicata del previsto?

La strada, dato il carattere insufficiente di un atto di indirizzo ad operare nei confronti di norme primarie, mi pare, più che complicata, impossibile.

Per un un’Italia così multiforme, dove si va dai reati di mafia a quelli dei colletti bianchi ai crimini comuni, è un sistema che può funzionare?

La varietà e la specificità dei delitti che l’Italia conosce, non è diversa da quella di altri Paesi economicamente e culturalmente forti. Le grandi economie si somigliano. Le culture criminali varcano i confini politici. I capitali non hanno una patria. A mio avviso una misura siffatta renderebbe l’Italia più esposta di altri Paesi e un possibile porto per le partecipazioni all’illegalità internazionale.

In questo modo i magistrati sarebbero più o meno vincolati della politica nell’esercizio delle proprie funzioni?

Se passasse un indirizzo simile, a dispetto dei principi che ho detto, vi sarebbe il caos. Si tratterebbe di un inizio esplicito di riduzione della terzietà del giudice, che di fatto sarebbe chiamato ad osservare criteri extra legali. Il suo operato sarebbe valutato politicamente, ovvero secondo una politica specifica. Sappiamo poco dell’idea, che mi pare affrettata e superficiale.

Con la separazione delle carriere cosa potrebbe accadere?

La separazione delle carriere non c’entra nulla con il controllo di merito sulla attività dell’accusa e sull’indirizzo delle indagini.

Questo modello sembra avvicinarsi molto al modello americano, può funzionare anche da noi?

Il modello americano non c’entra. Peraltro il pubblico ministero americano giunge per via politica democratica al suo ruolo. Che talvolta è solo una tappa. Si candida con un programma di lavoro che è un programma politico. L’iniziativa di cui parliamo invece attribuisce alla autorità politica un ruolo giudiziario.

Ci sono esempi in Europa che si avvicinano al modello ipotizzato?

Esiste in taluni Paesi il potere del ministro della Giustizia di rivolgersi all’autorità giudiziaria sollecitando interventi. Ma va detto con chiarezza che la posizione della magistratura italiana è abbastanza specifica.

Di fronte ai problemi della giustizia, come carenze di organico, arretrati, disfunzioni informatiche l’eventuale via libera alla riforma potrebbe migliore il sistema giustizia italiano?

Credo di no. Credo che la confusione delle lingue e della consapevolezza collettiva aumenterebbe.

Se un magistrato persegue un reato che in realtà non è tra le priorità di quelle percorribili, quale conflitto può nascere?

Se fosse una legge ordinaria sarebbe in conflitto con la Costituzione. Si darebbe luogo ad un conflitto di attribuzioni. Il Paese attraversa un momento delicato. Essere consapevoli dei limiti di ciascun potere mi pare ragionevole. La miglior forma di amor di Patria, ci insegnò Luigi Barzini jr, è essere onesti con sé stessi.