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di Francesco Bechis

Il Messaggero, 17 marzo 2025

Dopo la separazione delle carriere (in discussione al Senato), il Guardasigilli lavora alla prossima riforma: rivedere le modalità con cui scatta la carcerazione preventiva. Un detenuto su quattro, in Italia, si trova in carcere senza una condanna definitiva. O senza alcuna condanna. Un lungo limbo dietro le sbarre. C’è un elefante nella stanza quando si parla di emergenza sovraffollamento e si chiama custodia cautelare. Il governo studia un piano per rivedere il sistema e spostare questa marea umana di detenuti in attesa di giudizio in strutture ad hoc. Caserme dismesse o da riqualificare, per cominciare. O comunque strutture a “detenzione attenuata”.

Da mesi il dossier è sul tavolo del Guardasigilli Carlo Nordio. Per il ministro, ex pm, è un’antichissima battaglia. “Stiamo lavorando per modificare quelli che sono i criteri della custodia cautelare, che si sono rivelati fallimentari” ha fatto sapere venerdì incontrando le Camere Penali a Venezia. “Questa trilogia per cui il sospetto di fuga, il pericolo di inquinamento della prova, la reiterazione del reato sono diventate quasi formule metafisiche, formule di stile e provvedimenti dei magistrati, questo non va bene”. Parole, si dirà, di certo apprezzate dalla platea dei legali. Invece qualcosa si muove.

Sul dossier, insieme a Nordio, c’è il sottosegretario leghista Andrea Ostellari e ovviamente anche il meloniano doc Andrea Delmastro, a capo del Dap, nei giorni scorsi finito al centro di una bufera per l’intervista al Foglio in cui ha lanciato un siluro contro la riforma della separazione delle carriere. Ebbene, il governo valuta la possibilità di spostare almeno una parte dei detenuti in attesa di giudizio definitivo fuori dalle carceri. E guarda alle tante caserme militari dismesse lungo lo Stivale come possibili strutture alternative di detenzione. Ci vorrà tempo, certo. Ché la priorità assoluta, così ha fatto sapere la premier Giorgia Meloni e così ha riferito Nordio in un recente vertice di maggioranza, è far viaggiare spedita la riforma costituzionale sulla giustizia. Magari togliendo dalle sabbie mobili in Parlamento le altre riforme giudiziarie avviate dal centrodestra, dal tetto di 45 giorni alle intercettazioni alla nuova legge sulla prescrizione. Ma il prossimo fronte politico è, appunto, la custodia cautelare. Che va a braccetto con il sovraffollamento, un’emergenza che Meloni ha particolarmente a cuore.

Dettaglio: pare che la premier abbia recentemente manifestato con una certa schiettezza - eufemismo - al commissario per l’edilizia carceraria Marco Doglio, nominato dal governo a settembre, le sue rimostranze per il lavoro sull’ampliamento degli spazi carcerari che procede troppo a rilento. Sicché ha disposto che ogni due settimane, con cadenza fissa e di persona, il commissario la aggiorni sullo stato dell’arte, numeri alla mano. Ma torniamo alla detenzione cautelare e alla fiumana di cittadini italiani in carcere senza sentenza. I numeri del ministero della Giustizia, aggiornati al 28 febbraio, sono da capogiro: 15.167 le persone trattenute in carcere per un provvedimento di custodia cautelare, su un totale di 62.165. Un quarto, appunto. Di questi, 9395 sono donne e uomini in attesa di un primo giudizio. Sospesi. Al buio. Necessità e virtù vanno di pari passo in questo lavoro sotterraneo del governo per studiare il trasferimento di un’importante fetta della popolazione carceraria. Già perché il piano iniziale, approntato nei primi mesi della legislatura, era sfruttare le caserme abbandonate come vere e proprie carceri ex novo. Una mappatura assai dettagliata delle strutture militari disponibili è stata costantemente aggiornata e consegnata ai vertici dell’esecutivo.

Ma due conti del Mef hanno presto suggerito di usare cautela. Ristrutturare da cima a fondo le caserme per adibirle a carceri ha costi proibitivi per le casse dello Stato. Soprattutto per la mole di personale di polizia da mobilitare per rendere sicure le nuove strutture. Di qui il piano B che prende forma: usarle per la custodia cautelare. Mentre si continuano a studiare soluzioni per allargare gli spazi carcerari. Preso atto che la costruzione da zero di nuovi istituti ha tempi troppo lunghi, il governo valuta una seconda opzione: le carceri “montabili”. Ovvero moduli con capienza tra le quattro e le otto persone costruiti da ditte esterne e poi montati negli spazi aperti delle carceri, di caserme o di altre strutture. Sul piano vigila Meloni in persona, come si è detto, con i resoconti cadenzati chiesti al commissario.

Sulla custodia cautelare invece lavora il ministero di via Arenula dove una prima ricognizione è già stata avviata. Si tratterebbe, a dire il vero, di una “seconda” riforma sul tema, dopo che il Ddl Nordio, ormai due anni fa, ha introdotto la “collegialità” del Gip nella decisione sulla detenzione cautelare in carcere, affidata a un pool di tre magistrati. I numeri parlano chiaro. Un quarto dei detenuti italiani è in carcere senza aver ricevuto una condanna definitiva. Una parte di loro, magari quelli imputati per reati non violenti, può essere trasferita in futuro. Nordio lavora dietro le quinte. Ma prima deve mandare in porto la riforma costituzionale al centro di un interminabile duello tra governo e magistratura.