di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 gennaio 2021
Doveva essere il giorno dell'orgoglio e della battaglia: l'autodifesa del ministro della Giustizia che respinge le accuse di giustizialismo e sfida il Parlamento a schierarsi al suo fianco per sfruttare al meglio i 2 miliardi e 700 milioni di finanziamenti europei necessari ad accelerare processi e procedure. E rendere più moderno il Paese, di nuovo appetibile per investitori italiani ed esteri. Poteva essere una trappola per cadere o un trampolino per il rilancio; in ogni caso l'occasione per rivendicare il proprio molo.
Invece niente. La relazione del Guardasigilli Alfonso Bonafede sullo stato della giustizia In Italia è diventata una burocratica e asettica elencazione di numeri e interventi - fatti e da fare - buona per gli uffici e per gli archivi, inviata ai presidenti di Camera e Senato senza commenti né considerazioni politiche. Un'uscita di scena dalla porta di servizio, insomma.
Giustificata, spiegano in via Arenula, dal fatto che "il ministro di un governo dimissionario può solo limitarsi agli affari correnti e quindi non può spingersi sul terreno dell'attività di Indirizzo". Così, a parte le cifre, nella relazione è rimasto solo "quello che doveva essere il punto forte del discorso, cioè lo stretto e oggettivo legame fra il Recovery pian e le riforme in tema di giustizia chieste dall'Europa, cui le risorse sono condizionate".
Resta il non detto, che però ieri sera veniva esplicitato nelle stanze del ministero: "Bloccare le riforme rischia di bloccare tutti i fondi del Next Generation Ue, dunque meglio lavorare in Parlamento per approvarle e semmai migliorarle".
Ma più che il programma di Bonafede, diventa la sua eredità. Perché seppure nulla è deciso, sembra assai probabile che non sarà lui il Guardasigilli del prossimo governo, Anche se a Palazzo Chigi dovesse rimanere Giuseppe Conte, il "signor nessuno saltato fuor dal cilindro a cinque stelle proprio su indicazione del deputato grillino di origini siciliane, laurea in Giurisprudenza e studio legale a Firenze, dove ha conosciuto l'avvocato futuro premier.
Dovesse nascere un Conte ter con l'appoggio dei "responsabili" di centro o di centrodestra, è presumibile che avverrà con un ricambio alla Giustizia. E figuriamoci se Italia Viva dovesse rientrare in maggioranza, dopo che ne è uscita additando Bonafede come pietra dello scandalo.
Strano destino, per l'unico ministro "politico" (l'altro e il "tecnico" Sergio Costa, all'Ambiente) rimasto al suo posto sia nel Conte 1 che nel Conte bis. Il cui operato è stato preso a pretesto per far cadere il governo sia da Salvini nel Conte 1 che da Renzi ora. Battendo sempre sullo stesso tasto: l'abolizione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, che doveva accompagnarsi a ulteriori e strutturali modifiche per velocizzare I processi rimaste sulla carta.
Da quando fu inserita quasi di soppiatto nella legge che Bonafede battezzò "spazza-corrotti", con un emendamento dell'ultima ora firmato da una deputata grillina, lo stop alla prescrizione è diventata materia di scontro. Prima con gli ex alleati leghisti, poi con gli ex alleati renziani.
Con il Pd meglio disposto a compromessi, ma ugualmente contrariato dalla resistenza del Guardasigilli a difesa della sua "conquista di civiltà".
Con la stessa fermezza ha rivendicato altre contestate norme anticorruzione, come l'utilizzo del trojan; "possiamo andare a testa alta nel mondo", ha ribadito 15 giorni fa, mentre la scorsa settimana ha fieramente annunciato il decreto che amplia le possibilità di deposito telematico degli atti nel processo penale. Lo avrebbe ripetuto ieri, forse lo farà domani in Cassazione, al l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Resta in dubbio, invece, l'intervento previsto per sabato nella nuova aula-bunker di Lamezia Terme, voluta e realizzata su richiesta del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri; bisogna decidere se rientra negli "affari correnti" oppure no.











