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di Francesco Grignetti e Ilario Lombardo

La Stampa, 17 settembre 2025

La prospettiva è di avere il potente gruppo islamista a poche miglia di mare dalla Sicilia. C’è una ipotesi “tunisina” per evacuare da Gaza quel che resta della dirigenza di Hamas. Ed è molto concreta. È un vero e proprio piano su cui si stanno confrontando diversi governi, tra Europa, mondo arabo, Stati Uniti e Israele. L’idea è di trasferire a Tunisi i vertici sopravvissuti di Hamas, garantendo la loro sicurezza nel trasferimento, pur di costringerli a mollare la presa su Gaza e così di fatto eliminando la causa scatenante dell’invasione israeliana.

Le diverse intelligence stanno analizzando l’ipotesi e presentano ai rispettivi governi i pro e i contro del piano. Così è anche per l’Italia che non fa salti di gioia all’idea di trovarsi di colpo tanto vicino un potente gruppo terroristico. Il trasferimento di Hamas a Tunisi potrebbe trasformarsi in un incubo per il governo di Giorgia Meloni, che comunque non pare intenzionato a mettersi esplicitamente di traverso. Il primo timore riguarda la tenuta della Tunisia, un Paese che da anni è sul filo del rasoio e che può precipitare da un momento all’altro nel caos come è accaduto alla Libia nel 2011. Già solo questo scenario non può non spaventare gli apparati italiani che da anni cercano di stabilizzare quella realtà, anche attraverso accordi, formalizzati da Meloni, con il governo di Kais Saied reputati controversi sul lato dei diritti umani, e avviati per frenare l’esodo dei migranti.

L’arrivo di un gruppo politico-militare così potente e strutturato in Tunisia, poi, fa temere lo sviluppo di nuove dinamiche criminali: i miliziani palestinesi ci metterebbero poco a impadronirsi delle ricche rotte dell’immigrazione clandestina, fonte di enormi guadagni illeciti e temibile arma di ricatto, soprattutto un Paese così prossimo come l’Italia. Infine, ma non ultima preoccupazione, Hamas potrebbe fare proselitismo tra tanti disperati provenienti dall’Africa musulmana e creare reti terroristiche in Nord Africa e in Europa. I servizi segreti temono una ripresa del terrorismo islamista in Occidente, innescato facilmente dalla strage in atto a Gaza.

Come è ovvio, insomma, il governo Meloni è spaventato da questo piano. Ad opporvisi, però, si rischia di far fallire l’unica soluzione che la diplomazia è riuscita a inventare in extremis e lasciare così che i tank israeliani vadano avanti nella distruzione di Gaza City con l’effetto di uccidere migliaia di civili. E perciò a Roma non se ne parlerà pubblicamente, ma tra Farnesina e Palazzo Chigi si fanno scongiuri, sperando che il piano “tunisino” si riveli impraticabile e abortisca da sé. Alcune condizioni andranno comunque rispettate, precisano le fonti contattate.

L’Italia non potrà certo affossare una decisione che verrebbe condivisa dalla Tunisia e da altri potenti alleati, ma di sponda con l’Europa potrà provare a fissare paletti umanitari, contro magari le tentazioni israeliane (sostenute da Donald Trump) di deportare centinaia di migliaia di profughi palestinesi, e non soltanto le poche centinaia di miliziani che dominano su Gaza. Lo scenario di trasferimenti di massa della popolazione gazawi vorrebbe creare a pochi chilometri dalla costa siciliana un avamposto di altri potenziali disperati pronti a fuggire verso l’Italia.

L’idea ricalca quanto accadde nel lontano 1982, quando Yasser Arafat e il gruppo dirigente dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) furono aiutati a lasciare Beirut, in Libano, un attimo prima che arrivasse l’esercito israeliano e ci fosse un bagno di sangue. Ma c’è un’enorme differenza: i palestinesi dell’epoca erano nazionalisti laici, non islamisti; stringere accordi con Arafat era possibile; e anzi gli italiani avevano segretamente siglato il famoso Lodo Moro con l’Olp anni prima. Anche allora, nel 1982, era in corso un’invasione degli israeliani: dopo anni di guerra civile, le forze di Tel Aviv erano intervenute nelle dinamiche libanesi in aiuto dei loro alleati, i cristiano-maroniti.

L’obiettivo vero era di regolare i conti definitivamente con Arafat e l’Olp, lì rifugiati da anni dopo essere stati espulsi dalla Giordania, e contrastare l’influenza siriana che in quel momento era dominante. L’assonanza tra l’invasione odierna di Gaza City con quella di Beirut di quarantatré anni fa, a qualcuno ha fatto tornare alla mente il precedente di Arafat. Non si sa esattamente chi abbia partorito il piano. È un fatto però che l’autoritario presidente della Tunisia, Saied, ultimamente si sia molto avvicinato all’Iran e che alcuni giorni fa il ministro degli Esteri di Teheran fosse in visita a Tunisi. Ufficialmente per parlare di cooperazione economica.

Secondo la stampa francese il confronto sarebbe virato su altro: gli iraniani avevano sondato il rais sull’ipotesi di accogliere gli ultimi capi di Hamas. Si sarebbe parlato di passaporti iraniani e di una cospicua contropartita finanziaria per Tunisi, notoriamente in affanno economico.

Secondo altre versioni, l’idea sarebbe nata a Washington. Nel 1982 non a caso furono truppe statunitensi, francesi e italiane (c’era l’indimenticato generale Franco Angioni) a garantire l’evacuazione di Arafat. Ora si tratterebbe di un bis di quell’operazione. In un caso come nell’altro, ci sarebbe il “placet” di Israele a questo trasferimento concordato in Tunisia. Gli israeliani sembrano d’accordo all’evacuazione purché quelli di Hamas liberino gli ostaggi e se ne vadano in esilio. Probabilmente l’isolamento e le pressioni internazionali cominciano a pesare anche sul governo di Benjamin Netanyahu, oltre alle spaccature interne al Paese