di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano
Una norma che rischia di “mettere in circolazione un potenziale criminale difficilmente controllabile”. Con effetti sulla sicurezza: “Ci sarà un inevitabile aumento del rischio per l’incolumità dei cittadini”. È così che Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Dna, definisce la norma che consente ai tossicodipendenti di scontare la pena in comunità.
Per il procuratore Nicola Gratteri questo provvedimento è “un indulto mascherato”: lei è d’accordo?
Certamente, aggiungo che è un indulto nemmeno troppo abilmente mascherato. Mi colpisce che questa legge sia stata approvata da una maggioranza quotidianamente impegnata a denunciare, almeno a parole, il problema della sicurezza. C’è una grande contraddizione tra l’atteggiamento securitario di questo governo e una norma che porterà alla scarcerazione di migliaia di condannati, anche per reati gravissimi: dalla rapina all’estorsione, dallo stupro al traffico di stupefacenti, fino all’associazione mafiosa.
Com’è possibile che usciranno pure i mafiosi?
La norma prevede soltanto una distinzione relativa alla pena da scontare, che può essere anche solo residua: quattro anni per i reati più gravi, compresi quelli di mafia, otto per gli altri. Viene completamente disatteso il sistema del doppio binario che da almeno 30 anni caratterizza la nostra legislazione: la possibilità di accedere a questa forma di detenzione domiciliare riguarda quindi anche i condannati per reati di mafia. Pur di svuotare le carceri non si fa distinzione.
Ma non crede che i detenuti tossicodipendenti debbano essere curati?
Qui non stiamo parlando solo del tossicodipendente autore di un furto per procurarsi una dose, ma di criminali che fanno parte di organizzazioni pericolose e strutturate. Non aver fatto alcuna distinzione è un atto significativo anche a livello simbolico: il legislatore non vuole più distinguere tra i reati di tipo mafioso e gli altri.
Ma un tempo i mafiosi non toccavano la droga che spacciavano...
Fino agli anni 90 le organizzazioni mafiose, in particolare Cosa Nostra, stavano ben attente a non affiliare soggetti che avevano problemi di stupefacenti. Ma la situazione è cambiata: per gestire le piazze di spaccio le mafie assoldano sempre più soggetti con quel tipo di problemi. Lo stesso avviene per i killer: in certi casi le mafie usano tossicodipendenti per compiere reati di sangue. Adesso potranno scontare la pena in strutture di riabilitazione, dove il controllo dello Stato sarà inevitabilmente tenue e affievolito. O persino inesistente.
A proposito di controllo dello Stato: come si fa a capire se un detenuto ha commesso il reato solo a causa della sua condizione di tossicodipendente?
La legge parla in maniera assolutamente generica di correlazione tra lo stato di tossicodipendenza e il reato, senza specificare che tipo di correlazione possa essere significativa. In questo modo sarà difficile accertare se un reato è stato commesso esclusivamente perché il soggetto era tossicodipendente.
Che effetto avrà la legge sugli uffici giudiziari?
C’erano già migliaia di istanze di scarcerazione, visto che il testo unico sugli stupefacenti prevedeva comunque i domiciliari per alcuni casi. Adesso immagino che si moltiplicheranno: arriverà una valanga di richieste difficilmente gestibile dagli uffici e dalle procure.
Ma quale è dunque la soluzione al sovraffollamento?
Costruire nuovi penitenziari che consentano condizioni dignitose a ogni detenuto. Si potrebbero utilizzare tante vecchie caserme dell’esercito dismesse. Invece si continua a puntare su soluzioni tampone, che tra l’altro mettono a rischio la sicurezza dei cittadini, come in questo caso.










