di Alberto Cisterna
Il Dubbio, 24 giugno 2022
Dal 1992 in poi, o forse da poco prima, la storia della magistratura italiana si è resa praticamente sovrapponibile alla narrazione del pubblico ministero, sino a confondersi in essa. Le ragioni sono numerose e non tutte ancora compiutamente esplorate.
Sta di fatto che mai nella geografia processuale del nostro paese il rappresentante della pubblica accusa aveva acquisito una collocazione così centrale. Una sorta di baricentro nevralgico del processo penale a partire dal quale si sono - via via - misurati poteri, abusi, prerogative, rapporti di forza con la difesa, con la polizia giudiziaria e con lo stesso giudice. Sino a giungere a un Pm che, a certe condizioni, può anche dettare i tempi della stessa società, delle istituzioni, della politica, dell’economia, persino della morale.
Ieri il Csm ha proceduto alla nomina del nuovo procuratore generale presso la Corte di Cassazione scegliendo tra un parterre di candidati di indiscusso prestigio. È il vertice del potere inquirente e requirente in Italia; sebbene si tratti di un vertice anomalo, sprovvisto di rilevanti poteri processuali, ma che tutti sanno nel pianeta giustizia costituisce uno snodo fondamentale dell’ordinamento giudiziario. Per comprendere appieno il ruolo e la funzione della Procura generale non sono necessarie minute esegesi normative, né evocare complesse costruzioni dottrinali sulla funzione nomofilattica della Cassazione.
Questi compiti tradizionali sono certo importanti, ma si tratta piuttosto di far comprendere ai più per quale ragione un ufficio di questa rilevanza sia stato così massicciamente esposto ai flutti dello tsunami innescato dall’affaire Palamara.
Le dimissioni travagliate del dottor Fuzio, procuratore generale in carica al momento delle chiacchierate all’hotel Champagne, sono state conseguenza diretta della contaminazione derivante dai contatti stretti che lo legavano alla toga romana. Un duro colpo per un’istituzione così prestigiosa che ha, praticamente, il monopolio dell’azione disciplinare e che è sembrata vacillare con lo spandersi mediatico di conversazioni e chat. A lui è succeduto un magistrato di altissimo profilo, con un curriculum inarrivabile e che pur era stato poco tempo prima battuto dal suo “sfortunato” predecessore in uno dei soliti tornei per l’assegnazione dei posti di maggior rilievo. Giovanni Salvi ha dovuto gestire una situazione complessa, chiaroscurale, fatta di semitoni clientelari e di vittimismo sospettoso.
Un nugolo di toghe invocava protezione, riparo, sostegno. Blandiva il ras, ne implorava il sostegno o lo aizzava contro i propri nemici veri o presunti. Un giorno o l’altro, a partire da quelle chat e da quelle conversazioni, sarà pur tracciato un profilo “psicologico” della magistratura italiana popolata di questuanti alla ricerca perenne di incarichi e gratificazioni e in cui si agitano inquietanti paranoie persecutorie di varia intensità. Non è stato semplice, probabilmente, districarsi in quella comunità dolente che deve essere apparsa alla Procura generale della Cassazione una parte, non marginale, delle toghe italiane.
Sono note le polemiche che hanno investito le scelte operate sul versante disciplinare, ritenute - a tratti - troppo blande, se non addirittura permissive. E qui il cerchio si chiude e consente di apprezzare appieno l’importanza della scelta operata ieri da Palazzo dei Marescialli.
Dal 2006 gli illeciti disciplinari sono tipizzati. Un’operazione complessa che ha lasciato vuoti talvolta impropriamente colmati da una giurisprudenza “creativa” della Sezione disciplinare, che ha avuto il proprio autorevole motore propulsivo proprio nelle tecniche di contestazione elaborate dalla Procura generale, titolare e rappresentante dell’accusa disciplinare. Uno strumento particolarmente performante ed efficiente che - a dispetto di dicerie varie - rende il processo disciplinare delle toghe un congegno particolarmente temibile e temuto. Di qui il consolidarsi di una consapevolezza sempre più radicale della politica secondo cui era inutile produrre norme processuali, costruire garanzie, porre limiti al connubio mediatico tra alcuni Pm e un certo giornalismo, se poi non si fossero accompagnati questi precetti con adeguate sanzioni disciplinari. La riforma Cartabia, sotto profili che non si possono minutamente enumerare in questa sede, traduce appieno questa consapevolezza e almeno in tre snodi fondamentali - la produttività dei magistrati, le prassi clientelari e la tutela della presunzione di innocenza - interviene con la scure dell’illecito disciplinare, ben sapendo che per questa via saranno piegati anche i più neghittosi e i più riottosi.
La Costituzione assegna anche al ministro della Giustizia l’azione disciplinare, ma nei fatti essa appartiene in via pressoché esclusiva, e salvo rare eccezioni, al Procuratore generale. La strada della proliferazione degli illeciti disciplinari, timidamente percorsa qualche anno or sono anche dalla riforma Orlando, ora appare la via maestra per poter effettivamente conseguire mutamenti di prassi, nuovi stili, persino l’osservanza di norme processuali cogenti. Un doppio binario, processuale e disciplinare, che vede proprio nella Procura generale della Cassazione il protagonista principale di un più ampio progetto di riposizionamento istituzionale della magistratura italiana. Il solo inizio dell’azione disciplinare incute timore tra le toghe perché blocca carriere, sospende aumenti stipendiali, interdice incarichi. Ecco perché, a pochi giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale della riforma Cartabia, la scelta del nuovo Procuratore generale è così importante e, forse, decisiva per le sorti della magistratura italiana alla ricerca di nuovi equilibri e, come ha detto il presidente Mattarella, anche di una rigenerazione morale.










