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di Claudio Cerasa

Il Foglio, 29 agosto 2022

Sognano di richiudere i porti, evocano il blocco navale, si rifiutano di chiedere più Europa per governare fenomeni strutturali: l’estremismo nazionalista non è parte delle soluzioni ma è parte dei problemi dell’Italia.

Abbiamo già visto dove vogliono andare a parare. Abbiamo già visto su cosa vogliono puntare. Abbiamo già visto cosa vogliono dire quando usano quell’espressione lì: “Fermare l’immigrazione”. Il tentativo dei partiti nazionalisti di presentarsi agli elettori con un volto moderato mostra tutta la sua fragilità quando i leader delle forze sovraniste si ritrovano a ragionare su un loro storico cavallo di battaglia: cosa fare con gli immigrati. La logica con cui anche in questa campagna elettorale i sovranisti affrontano il tema è una logica tanto chiara quanto autolesionista. Funziona così. I sovranisti individuano un nemico da combattere, l’immigrato brutto, sporco e cattivo, e piuttosto che offrire soluzioni per gestire l’immigrazione tendono a offrire soluzioni per non governare il fenomeno sostenendo in modo approssimativo che l’unico modo per affrontare il tema dell’immigrazione è uno e uno soltanto: fermarla. L’approccio dogmatico al tema dell’immigrazione, e l’incapacità da parte dei populisti di trovare soluzioni non per aggirare un problema ma per governarlo, è la spia dell’incapacità assoluta da parte dei nazionalisti di ragionare sull’immigrazione con un approccio non estremistico.

E’ estremistico l’approccio del bloccare l’immigrazione piuttosto che governarla perché bloccare l’immigrazione significa aggirare un problema. E il problema del governo dell’immigrazione viene sistematicamente aggirato perché i populisti sanno che la gestione dell’immigrazione può avvenire solo a condizione che i populisti accettino di far propria l’oscena agenda degli antipopulisti, che prevede due punti precisi: scommettere su un’Europa più integrata, capace cioè di redistribuire i migranti nel resto del Continente, e scommettere anche sulla gestione dell’immigrazione attraverso canali diversi rispetto alla semplice lotta contro l’illegalità. I populisti non possono dire che l’immigrazione va regolata chiedendo all’Europa di essere più forte perché alla base delle loro agende vi è la necessità di non rafforzare l’integrazione dell’Europa e non possono neppure dire che il modo migliore per combattere l’illegalità è costruire legalità, perché ragionare sui percorsi della legalità, mettendo in campo corridoi umanitari per svuotare immediatamente i centri dei migranti, canali per gli ingressi legali dei migranti economici, rimpatri volontari assistiti verso i paesi di origine, significherebbe dover ammettere che l’immigrazione non è un’emergenza, ma è un fenomeno strutturale del pianeta. Ammettere questo, per i populisti, significherebbe riconoscere che gli immigrati non sono furfanti, fino a prova contraria, che l’Europa solidale non è una minaccia per gli interessi nazionali, che l’immigrazione è un fenomeno che si può gestire e che l’unico sovranismo compatibile con la difesa della nostra sovranità è quello europeo e non quello nazionalista.

L’immigrazione, in questo senso, è una spia del populismo irreversibile delle forze politiche nazionaliste, e quando Giorgia Meloni evoca lo scenario del blocco navale, altro non fa che voler derogare all’obbligo di rispettare i trattati internazionali e al dovere da parte di un governo di ricordare che salvare le vite umane non è un dovere negoziabile, mettendo la sovranità di un paese come l’Italia in competizione con la sovranità di un’istituzione come l’Europa. Ma è anche la spia, tutto questo, di un altro problema che hanno le forze sovraniste quando si ritrovano a offrire soluzioni per accontentare i propri follower: l’incompatibilità tra la tutela del proprio consenso e la tutela dell’interesse di un paese. Vale, naturalmente, come abbiamo già detto, quando si parla della necessità mostrata dalle piccole, medie e grandi imprese italiane di avere immigrati da formare per poter farli lavorare laddove gli italiani non vogliono lavorare (nella fascia tra i 24 e i 34 anni l’Italia tra il 2006 e il 2021 ha perso circa 2 milioni e 100 mila giovani, andati via dal nostro paese, e buona parte dei problemi legati all’assenza di manodopera nasce più da questa ferita che dalla ferita del Reddito di cittadinanza). E vale però ancor di più quando si parla di un altro problema che pure dovrebbe stare a cuore agli stessi populisti: il welfare e le pensioni. Anche qui la questione è ovvia: in un paese a bassa natalità, con un numero significativo di giovani che ogni anno lasciano l’Italia, non c’è altra soluzione per finanziare il nostro stato sociale se non quella di accogliere giovani immigrati. Come ricordato spesso negli ultimi anni da Tito Boeri, ex presidente dell’Inps, un italiano su quattro ha più di 65 anni, mentre solo un immigrato ogni 50 è ultrasessantacinquenne. E dunque, dice Boeri, “chi ha a cuore la tenuta dei conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati se ne vadano dal nostro paese invece del contrario. E i calcoli sono ovvi: gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps. E non ridurre la platea dei contribuenti significherebbe molto semplicemente rendere ancora più pesante il fardello che grava su chi oggi lavora”.

Nella nuova stagione del populismo incipriato, per osservare l’estremismo residuo, residuo per così dire, è sufficiente osservare dunque cosa c’è dietro le idee sull’immigrazione per rendersi conto che il populismo è irreversibile e per rendersi conto che lo schema utilizzato in campagna elettorale, in Francia, da Marine Le Pen rischia di essere lo stesso utilizzato in campagna elettorale dalle destre diversamente europeiste. In Francia, Le Pen ha nascosto una serie di mini frexit all’interno della sua campagna elettorale, dalla preferenza nazionale per posti di lavoro e alloggi sociali riservati ai soli francesi (che è contro il principio di non discriminazione dei cittadini dell’Ue) alla soppressione del permesso di soggiorno per gli stranieri che non hanno lavorato in Francia per almeno un anno (che è contro le regole dell’Ue sulla libera circolazione delle persone, oltre che contro la logica), e lo ha fatto seguendo una logica precisa: usare l’immigrazione per ricordare agli antieuropeisti quanto i progetti dei populisti siano incompatibili con i progetti di crescita dell’Europa. E se si sceglie di osservare con attenzione le parole dei leader della destra quando parlano di immigrazione e se si tenta di capire con cura cosa vogliono dire quando i populisti chiedono di “fermare” l’immigrazione, quando sognano di richiudere i porti, quando evocano il blocco navale, quando si rifiutano di chiedere più Europa per governare fenomeni strutturali, si capirà con chiarezza perché anche su questo terreno l’estremismo nazionalista non è parte delle soluzioni ma è parte dei problemi dell’Italia. Governare, non fermare. Gestire, non bloccare. Ragionare, non urlare. Integrare, non respingere.

E la domanda, in fondo, anche quando si parla di immigrazione, è sempre quella. E’ compatibile o no il nazionalismo con la tutela dell’interesse nazionale? La risposta, purtroppo, anche quando si parla di immigrazione rischia di essere scontata e anche quando si parla di immigrazione è difficile non vedere sotto lo strato di cipria moderata il vero volto delle leadership nazionaliste: quello del populismo irreversibile.