di Stefano Lepri
La Stampa, 11 dicembre 2025
Più si esplorano le disuguaglianze del nostro mondo, più si capisce che è difficile combatterle. Si sente dire spesso che con la globalizzazione sono molto aumentate, ma è vero solo in parte. Il rapido sviluppo di molti Paesi emergenti nel quarto di XXI secolo che è già trascorso ha certo rimescolato molte carte, e mutato i gradini delle graduatorie mondiali; le nuove tecnologie hanno consentito di accumulare ricchezze enormi negli Stati Uniti.
Ma in Europa no, la “economia sociale di mercato” che è di fatto il modello del nostro continente, ci ha protetto, con il suo welfare e con le sue imposte progressive. In questo rapporto, per tutti i grandi Paesi europei il divario tra ricchi e poveri è definito “moderato” relativamente ad altre parti del pianeta. Il rischio è che ci azzuffiamo tra noi per ripartire le spoglie di un benessere che non sentiamo più eccezionale nel mondo e che non riusciamo a far crescere abbastanza in fretta. La Francia è un esempio chiaro. Di fronte a una pesante esigenza di risanare il bilancio pubblico, da destra si chiede di trattare peggio gli immigrati, da sinistra di “tassare di più i ricchi”, in un Paese che ha dato molto a tutti, e in cui lo Stato trattiene e redistribuzione oltre metà del reddito prodotto. Però dei sacrifici occorrono, per evitare un collasso della finanza pubblica.
Diversissima è la situazione degli Stati Uniti, dove le disuguaglianze sono davvero aumentate negli ultimi anni, tanto che si parla in queste settimane di un andamento dell’economia “a K”, che, come questa lettera dell’alfabeto, ha un braccio che scende e uno che sale. Ovvero va male per i poveri e va bene per i ricchi; ma è stato eletto un presidente che dà la colpa al resto del mondo, con la globalizzazione, e ai troppi immigrati, se negli ultimi decenni i salari per i lavori più umili sono rimasti pressoché fermi mentre i grandi della tecnologia accumulando miliardi.
Insomma, di disuguaglianza si parla molto dove ce n’è poca mentre dove è cresciuta si parla d’altro (come del resto il problema dell’immigrazione incide meno sul voto nelle grandi città, dove di immigrati ce ne sono di più). Il rapporto esamina anche i mutamenti delle scelte di voto nei Paesi democratici per capire come mai questo avviene. E forse il fatto evidente che, a differenza del passato, la parte più colta della popolazione tende a votare a sinistra dimostra che nelle nostre società il merito chiede di essere meglio riconosciuto.
A controprova, in altri Paesi dove le disuguaglianze sono cresciute vediamo un populismo dall’alto, adottato da poteri in degenerazione autoritaria, che ha esattamente lo scopo di parlar d’altro, ovvero di trovare motivi di compattezza etnica, nazionale o religiosa che consentano di trascurare gli accresciuti divari sociali. Ovunque, i rapidi mutamenti degli ultimi decenni hanno cambiato talmente le vite di tutti da rendere prepotente la nostalgia del passato (quando gli immigrati non c’erano, quando le donne erano sottomesse agli uomini, e così via). Insomma: il populismo passatista si rivela la miglior arma per proteggere gli arricchimenti.










