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di Silvia Nucini

 

Vanity Fair, 17 marzo 2021

 

Da 30 anni Lucia Pompigna si batte per sottrarre il lavoro nei campi al giogo del caporalato. E ha capito che la soluzione non sta nelle leggi, ma nel coraggio. E nelle reti lunghissime che possono unire la gente perbene. C'è un'idea di giustizia che, come una corda tesa, attraversa la vita di Lucia Pompigna e che le tiene la testa alta e le gambe dritte.
Lucia è una bracciante, da 30 anni "va in campagna", come si dice dove vive lei, a San Marzano, in provincia di Taranto, dove è cresciuta anche sua madre: una contadina che la sognava sarta e invece si è ritrovata per casa una ragioniera piena di ambizioni. Il lavoro lo aveva trovato subito, proprio nella piccola azienda che vedeva ogni giorno andando a scuola, ma presto si era accorta che, di quel posto, lei conosceva bene soltanto la facciata.
"Dentro assistevo a una quotidiana commistione tra intrigo, politica e malaffare. Quando ho visto il titolare vendere finte azioni a persone che gli consegnavano i risparmi di una vita di lavoro, mi sono licenziata". Intanto Lucia si sposa, ha il primo figlio, Andrea, e si trasferisce a Taranto di cui non ricorda il mare ma solo i muri dei palazzi. Per ritrovare un po' di natura compra così tante piante che suo marito ha paura che i balconi possano crollare sotto il peso di quella nostalgia. "Gli dissi: voglio fare qualcosa, contribuire alla nostra vita, fosse anche andare a giornata nei campi. Sapevo che quel lavoro era gestito dai caporali, ma avevo anche già frequentato l'ambiente sindacale. Non avevo paura, non l'ho mai avuta".

 

Che cosa ha raccolto la prima volta?
"Albicocche. C'erano alberi alti, scale di ferro pesantissime. Mi svegliavo prima delle 4: viaggiavo per chilometri sui pullman del caporale. Ogni giorno finivo in un'azienda diversa: albicocche, fragole, acinellatura dell'uva da tavola, per dare ai grappoli un aspetto più armonioso. Cinquantacinque giorni così. Nemmeno la paga minima sindacale. Quella, che adesso è 45 euro per 6 ore e mezzo di lavoro, l'ho presa solo l'anno scorso: ci ho messo 30 anni ad averla".

 

Ha avuto problemi per il fatto di essere istruita, sindacalizzata?
"All'inizio ero l'unica che non parlava in dialetto, faceva delle domande, aveva un diploma. Negli anni, poi, sono venuti a fare la raccolta anche i laureati. Ho saputo sempre farmi rispettare e non ho avuto problemi. L'unica volta che ho avuto paura è stata quando un caporale ha fatto in modo di rimanere in macchina con me e ha imboccato una viuzza di campagna. "Dove vai?", ho chiesto gelida. Lui ha detto di avere sbagliato strada: non è successo niente, ma ci ho messo anni a raccontarlo".

 

Non le pesava lavorare sotto il caporalato?
"Quando ho visto che anche in campagna non si rispettavano i diritti e c'erano situazioni strane, mi sono detta: stavolta non vado via. Rimango, ma non subisco. Infatti l'anno dopo, grazie al sindacato, abbiamo organizzato noi le squadre, garantito le assunzioni, preso i pullman: la gente saliva e sapeva a quali aziende era destinata. Tante donne che prima non potevano lavorare coi caporali perché padri e mariti vedevano male la cosa, con la nostra autogestione hanno cominciato a farlo e ad avere una loro piccola indipendenza economica. Avevamo costruito una realtà pulita e luminosa che è durata 9 anni, fino al 2000".

 

Sono tante le donne braccianti?
"Più degli uomini e sono molto deboli perché per lo più sono separate, ragazze madri, vedove o donne i cui mariti hanno perso il lavoro, i cui figli studiano lontano e hanno bisogno di essere aiutati. Su di loro ricade il peso di mantenere loro stesse, o la famiglia. Accettare e subire è quasi automatico. A me dicono: ti permetti di fare e dire perché tanto tuo marito lavora. Può darsi che abbiano ragione, io ho le spalle coperte e posso mandare a quel paese. Anche se io credo che, per carattere, sarei così lo stesso".

 

Dopo la fine dell'esperienza di autogestione è tornata a lavorare sotto i caporali?
"Sì, e per me è stata una grande sconfitta. Perché quel ritorno significava che loro erano forti e io debole. Ma intanto ho continuato a lottare e denunciare, e la situazione dei braccianti della zona è comunque migliorata. Adesso, per esempio, si può scegliere di essere destinati in squadre che non fanno gli straordinari. Quando esci di casa alle 3.30 del mattino, lavori le 7 ore regolari e in più ti toccano gli straordinari torni a casa che non riesci nemmeno a parlare. Figuriamoci occuparti della famiglia e dei figli. Finisce che vivi per lavorare. Io non voglio essere un attrezzo di lavoro che viene preso, usato e riposto. Io sono una persona".

 

Che impatto ha avuto questo tipo di lavoro sulla sua vita?
"Ho lasciato il mio secondo figlio con mia madre quando aveva 5 mesi. Uscivo nel cuore della notte e mi sentivo male. Quando tornavo a casa mi facevo una doccia e mi sdraiavo nel letto con lui, cercando di riposarmi e di allattarlo. In quei mesi raccoglievo fragole e se ci ripenso sento il loro odore. Non mi sono ancora perdonata di non esserci stata quando ha fatto i primi passi o ha tolto le rotelline alla bici".

 

Nel 2016 è stata approvata la legge 199 per contrastare il caporalato. Che cosa è cambiato?
"Aspettavo quella legge come una manna, perché introduce per la prima volta la responsabilità dell'azienda che si avvale dei caporali, ma la verità è che non è cambiato nulla. Pochissimi braccianti hanno sporto denuncia e l'hanno fatta applicare, soprattutto immigrati, va detto. Se non c'è consapevolezza in chi lavora, anche le migliori leggi del mondo sono lettera morta".

 

Continua ad andare nei campi?
"Quattro anni fa avevo smesso perché mi sembrava di portare avanti una lotta solitaria e controcorrente. E che la vita di noi braccianti non avesse nessun valore. Poi ho ricevuto la chiamata di Yvan Sagnet che mi ha parlato dell'associazione internazionale NoCap che mira a costruire filiere etiche dall'azienda ortofrutticola alla grande e piccola distribuzione. Ho aderito subito: adesso con la mia squadra stiamo lavorando in una piccola azienda che produce arance bio, siamo lavoratori italiani e stranieri; il lavoro può anche essere un meraviglioso strumento di integrazione".