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di Carlo Testini*

Il Manifesto, 6 febbraio 2026

Oggi a Roma si tiene un’assemblea nazionale aperta sulla situazione delle carceri in Italia che vedrà la partecipazione di volontari, associazioni e organizzazioni della società civile, operatori sociali, operatori penitenziari e sanitari, cooperatori, cittadini, garanti, e tutti coloro che sono interessati. L’iniziativa è promossa da decine di realtà della società civile, tra le quali anche Arci, ed è accompagnata da un appello al Parlamento, lanciato nelle scorse settimane, per chiedere diritti e umanità nelle carceri italiane e di approvare con urgenza un provvedimento di clemenza, che permetta la riduzione immediata del numero dei detenuti, e una trasformazione profonda degli istituti, aprendo il più possibile il carcere al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole e alle Università.

L’appello segue quello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel dicembre scorso nella sua visita al carcere di Rebibbia ha richiamato la necessità di interventi concreti, sottolineando come la situazione richieda consapevolezza istituzionale e azioni immediate, e quello di papa Leone XIV che in occasione del Giubileo dei detenuti ha chiesto “forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”. Parole rimaste ad oggi inascoltate, nonostante la situazione nelle carceri italiane abbia superato da tempo la soglia dell’emergenza e si trovi in una condizione drammatica, risultato di anni di politiche securitarie e di un ricorso eccessivo alla custodia cautelare.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, divieto di trattamenti inumani o degradanti, ma soluzioni strutturali, come la depenalizzazione di alcuni reati e l’uso più diffuso di misure alternative alla detenzione, restano in gran parte inattuate.

I numeri sono impietosi: i detenuti in Italia sono oltre 63 mila a fronte di una capienza regolamentare effettiva di circa 46 mila posti. Nel 2025 ci sono stati 79 suicidi di persone detenute, oltre 2 di agenti di polizia penitenziaria e 2 di operatori sociali, e 47 decessi le cui cause sono ancora da accertare. La mancanza di attività trattamentali adeguate, l’insufficienza del personale, dagli agenti di polizia penitenziaria agli educatori e psicologi, e l’isolamento scaricano sugli istituti di pena e sui detenuti il peso di un sistema fuori dalla legalità costituzionale. Gli istituti penitenziari sono anche in un’emergenza sanitaria continua: condizioni di vita pessime, carenze, disfunzioni organizzative, abuso di farmaci. Il carcere italiano è un “contenitore” di disperazione che non riabilita, aumentando la recidiva e creando un circolo vizioso di illegalità.

Come Arci, impegnati in molti progetti nelle carceri in tutta Italia, abbiamo visto come in questo contesto desolante le esperienze di promozione sociale e culturale rappresentano uno strumento fondamentale di energia e cambiamento.

Al di là delle criticità progetti legati al teatro, alla musica, alla scrittura, all’istruzione, portati avanti grazie all’impegno di volontari e operatori culturali, offrono ai detenuti la possibilità di esprimersi, di lavorare in gruppo, di coinvolgerli in percorsi trasformativi di crescita personale che restituiscono quella dignità e autostima che l’istituzione carceraria tende ad annullare. Esperienze che dimostrano che un altro modo di scontare la pena è possibile, contrastando la disumana condizione di inattività e alienazione che alimenta la recidiva.

Investire in cultura e socialità all’interno delle carceri non è un costo, ma un investimento fondamentale per migliorare la qualità della vita all’interno degli istituti di pena. Per questo è più che mai urgente un intervento strutturale, che ponga davvero al centro la dignità della persona, così come previsto dalla Costituzione, e in grado di rispondere agli appelli di chi chiede umanità e giustizia.

*Presidenza nazionale Arci