di Andrea Malaguti
La Stampa, 14 maggio 2024
Tema: libertà di parola. Parto da una studentessa, Francesca, sedici anni. La incontro qui, giovedì mattina, all’apertura del Salone del Libro di Torino, una specie di magia dell’intelligenza, o, comunque, del meglio che ne resta. I libri, certo. Ma soprattutto i dibattiti ininterrotti, le persone, i grandi scrittori di tutto il mondo, l’impareggiabile ginnastica della mente. Il fiume umano che ogni giorno invade gli stand deciso a capire. Per lo meno a chiedere. È una cerimonia maestosa, piuttosto impressionante proprio perché controtendenza. Un inno al bisogno di ritrovare sé stessi. Il senso delle cose. È una parte della nostra società, numerosa e minoritaria, ancora attratta dallo spaventoso potere della parola. È ancora a disposizione di tutti, quel potere?
Francesca, dicevo, studentessa al liceo classico e musicale Cavour. Si avvicina con un taccuino, come se fosse il Novecento. Le dico: “Niente smartphone?”. È una provocazione cretina, da boomer. Mi risponde: “Per quattro giorni non lo uso”. È assurdo, ma mi si apre il cuore. Parliamo. Mi dice una cosa che non smette di ronzarmi in testa. E che, da venerdì, dopo l’ennesima carica di manganelli utilizzata per respingere un indisciplinato esercito di minorenni in marcia per raggiungere gli Stati generali della natalità, prende forma con più chiarezza: “A lei non sembra che manchi proporzionalità?”. Cioè? “Noi siamo giovani. Magari sbagliamo delle cose. Ma abbiamo delle belle idee: vogliamo la pace e odiamo la guerra. Chiediamo di non tornare indietro sui diritti. È un male? Ogni volta che proviamo a dirlo, lo Stato ci butta addosso un esercito di uomini armati fino ai denti. I caschi, gli scudi, i giubbotti anti-proiettile, per non parlare dei manganelli. Se anche non ci picchiano, ci fanno sentire sbagliati”. Sottoscrivo ogni parola. Le dico: non conta, hai ragione tu. Non so nemmeno se sia scesa in piazza, né, eventualmente, per che cosa, ma mi è chiarissimo che ha bisogno di non sentirsi sola. E noi, noi genitori, noi adulti, e il Potere, queste nuove generazioni le stiamo lasciando sole. L’errore peggiore che si possa fare. Come se del domani non ci importasse nulla. Botte e rimproveri, vedrai come vengono su bene.
Mentre ne scrivo Matteo Lancini, psicologo illuminato, parla allo stand de La Stampa. Dice: “I ragazzi che occupano le scuole dovrebbero essere protetti come panda”. Non è una chiamata alla rivoluzione armata, al contrario (“No alla violenza e sì al rispetto della legge”, l’ovvio ma evidentemente indispensabile corollario dialettico), è un inno alla crescita, alla costruzione del senso critico accompagnato da quello di responsabilità, un modo per diventare adulti consapevoli. C’entra con la libertà di parola? Moltissimo.
Non è una questione solo italiana, dove esiste un livello di aggressività governativa superiore alla media, è un problema mondiale. O forse non è un problema. È una risposta. Come quando ci feriamo una mano e le cellule sane cominciano a lavorare per rimarginare la ferita. I cortei di ragazzi sono questo. Cellule sane. Chi li manipola non lo è. Gli anarchici infiltrati nelle proteste filo-palestinesi non lo sono. Chi li aggredisce come se fossero black bloc non lo è. Fatto sta che la ferita sanguina. Da Pisa a Torino, da New York a Los Angeles. Ne abbiamo parlato anche la settimana scorsa. Poi le molto discutibili proteste nei confronti della ministra Roccella (contestazione, non censura), lo straordinario dibattito del Salone, e le cariche di Roma hanno aggiornato il quadro, più o meno nello stesso momento in cui una donna mite e lucida come Elizabeth Strout diceva ad Annalisa Cuzzocrea, nel nostro salottino pubblico, che per la prima volta in vita sua ha “paura di parlare”. Lo riscrivo: paura di parlare.
Stiamo toccando il fondo. Un passo oltre si combatte. Un concetto ribadito da Don Winslow (partigiano No-Trump) e rilanciato da Salman Rushdie e Roberto Saviano. Tutti pazzi loro o è arrivato il momento di farsi delle domande collettive? Si stanno spezzando dei fili condivisi. Facciamo i conti con pensieri deboli e irritabili, che, in tempi di estremismi e di radicalizzazioni rischiano di diventare dominanti, mentre noi confondiamo il reale con il virtuale. “Sono cresciuto coltivando la bellezza dei pensieri lunghi, ora siamo in un’era di pensieri brevi, ma talmente brevi, che spesso non sono neppure pensiero”, dice Walter Veltroni intervistato da Marcello Sorgi. Condivido. Governi disorientati, affascinati da scampoli incongrui di ideologie che apparivano sepolte, che sommano le loro nevrosi alla trappola irresistibile e letale dei social. E qui torno a Veltroni e al suo dialogo con Sorgi. “I social sono fatti per farci restare da soli, recidendo tutte le forme di relazione, dai partiti ai giornali. L’importante è stare a casa e lanciare invettive delle quali, ovviamente, il potere se ne frega. Bastano seicento tweet, chissà immaginati da chi, per farci pensare che tutto vada a rotoli. Seicento tweet in un Paese di sessanta milioni di abitanti. Accettando che siano loro a interpretare lo spirito del tempo, accettiamo la dittatura delle minoranze”. Non basta. Prima di andarsene Veltroni dice: “La schiavitù dai social porta alla scomparsa della felicità”. Fa male, ma rimanda a Michel Focault: “La solitudine è la condizione che precede la totale sottomissione”.
Mi trastullo in mezzo a questi pensieri depressivi quando Francesca mi viene a trovare nuovamente con i suoi energici sedici anni mostrandomi un articolo del “Guardian”. Carta. Se l’è fatto stampare. Titolo: “Il governo italiano accusato di usare la legge sulla diffamazione per silenziare gli intellettuali”. Fa riferimento al caso di Donatella Di Cesare, che il 15 maggio sarà chiamata a rispondere in tribunale per avere dato al ministro Lollobrigida del “neohitleriano”. Mi ripete la domanda esattamente identica: “A lei non sembra che manchi proporzionalità?”. Il Potere che attacca il singolo. Sì, c’è sproporzione, Francesca, quella sproporzione che ha spinto Rushdie a rivolgersi a Giorgia Meloni gridando: “cresci!”.
Una sproporzione ancora più pericolosa in un Paese in cui quello stesso Potere, ogni giorno, attacca la magistratura con toni durissimi. Se i giudici sono quelli descritti da Musumeci e da Salvini, un cittadino qualunque come si può sentire trovandosi invischiato in un processo? Chi lo protegge? E, soprattutto, chi lo sta giudicando?
Ci sono cose che sono più difficili da digerire, Francesca. L’arretramento della democrazia è una di queste. Possiamo far finta di rimuoverlo per un po’. Poi arrivano giorni come quelli del Saloni e tutti noi dovremmo avere in tasca un taccuino in cui annotiamo ciò che vorremmo dimenticare.










